10 incontri per fidanzati

Traccia per incontri di
preparazione al matrimonio

Arturo Cattaneo

    Parrocchia di San Josemaría 2003

I. Affinché il tuo matrimonio non sia costruito sulla sabbia 

  1. Le più frequenti cause di fallimento matrimoniale 
  2. Attenti alle false ragioni per sposarsi

II. Comprendere che cos’è l’amore coniugale per dare al proprio matrimonio un solido fondamento 

  1. L’innamoramento 
  2. L’amore di donazione 
  3. L’amore coniugale: un amore che coinvolge tutta la persona 
  4. Significato del consenso matrimoniale espresso il giorno delle nozze 
  5. Sposarsi non è perdere la propria libertà? 
  6. Ricapitolazione

III. Sposarsi significa impegnarsi a…     

  1. Un amore fedele 
  2. Un amore per sempre 
  3. Un amore fecondo 

IV. Cristo ci insegna e ci aiuta a vivere pienamente l’impegno sponsale

  1. Una Lettera di Dio agli sposi
  2. L’alleanza matrimoniale è tripolare
  3. Cosa significa che per i cristiani il matrimonio è un sacramento?
  4. Il matrimonio: cammino di santificazione

V. Come coltivare giorno per giorno l’amore coniugale?

  1. Con la pazienza di un buon giardiniere
  2. La “manutenzione” del marito (consigli alle mogli)
  3. La “manutenzione” della moglie (consigli ai mariti) 24
  4. Amare il coniuge malgrado i suoi difetti
  5. Si può anche cercare di adattarsi l’uno all’altra
  6. Quelle piccole cose così importanti per la convivenza 27
  7. Prendere le decisioni insieme e farle proprie
  8. Linee di sviluppo della relazione coniugale

VI. La comunicazione nella coppia

  1. Quando e perché la comunicazione decade
  2. Regole di comunicazione
  3. Imparare a litigare

VII. La regolazione delle nascite    

  1. La procreazione responsabile
  2. Contraccezione o responsabilità?
  3. I metodi naturali

VIII. Il delicato compito di educare i figli    

  1. Qualche principio generale
  2. Aspetti dell’educazione
  3. Esigenze dell’educazione secondo l’età

a. I primi anni del bambino.

b. I primi anni di scuola.

c. L’adolescenza.

  1. Suggerimenti in pillole

IX. La celebrazione del matrimonio

  1. Sposarsi in chiesa: mera usanza o scelta di fede?
  2. Il senso della celebrazione liturgica
  3. I momenti della celebrazione
  4. Il rito del matrimonio

I. Affinché il tuo matrimonio non sia costruito sulla sabbia

Gesù ci ha detto: “Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo intelligente che ha costruito la propria casa sulla roccia. È venuta la pioggia, sono straripati i fiumi, i venti hanno soffiato con violenza contro quella casa, ma essa non è crollata perché le sue fondamenta erano sulla roccia” (Mt 7,24-25). Parole che si riferiscono all’insieme della vita e valgono quindi anche per il matrimonio. Non sarà che in tanti matrimoni falliti c’è stato un difetto di costruzione? Un progetto sbagliato?

Il numero dei divorzi è in continuo aumento: in Europa oltre il 33% dei matrimoni finiscono con un divorzio. Se poi si domanda agli interessati che cos’ha portato alla rottura del loro matrimonio, si fatica a trovare motivazioni se non adeguate quantomeno degne della serietà di un simile passo, soprattutto se si considera che oltre la metà dei divorzi si lasciano alle spalle uno o più figli.

Ecco qualche motivazione tra le più frequenti: “Non andava”; “Non ci capivamo”; “Il mio coniuge è cambiato”; “Non avevo spazio per la mia vita”; “Mi sentivo soffocare”; “Siamo troppo diversi”; “Quella matrimoniale è una vita troppo monotona per me”.

Sfuggono le ragioni vere del fallimento matrimoniale e tante coppie (un terzo) si separano già nei primissimi anni di vita matrimoniale. E a questi fallimenti andrebbero poi aggiunti quelli di tanti altri coniugi che, pur senza divorziare o separarsi, convivono in modo conflittuale o in complice reciproca infedeltà.

Sarebbe ingenuo trovare la ragione fondamentale di questa crisi dei matrimoni nei soliti alibi della vita moderna, del progresso, dell’emancipazione della donna… Più semplicemente, e seriamente, si può riconoscere la causa di tanti fallimenti nella disinvolta irresponsabilità con cui si è giunti al matrimonio, senza una preparazione adeguata, senza aver davvero coltivato l’amore, senza aver voluto pensare a che cosa si va incontro e, di conseguenza, senza nemmeno averlo veramente voluto: tanto… il divorzio non c’è per questo? Non è poi tutta colpa loro: sono cresciuti con i modelli della nostra società, che propone solo diritti al benessere, al possesso, all’indipendenza, e che rimuove dalla coscienza ogni richiamo a rinunce o a un maggiore impegno.

1. Le più frequenti cause di fallimento matrimoniale

Ma vediamo più da vicino alcune delle più frequenti cause di fallimento matrimoniale.

  1. Ricerca unilaterale della propria realizzazione. Chi si sposa considerando il matrimonio solo come realizzazione personale esce di pista già in partenza, perché il matrimonio è, fondamentalmente, la realizzazione di qualcosa di nuovo: la donazione reciproca di due coniugi. Naturalmente nessuno pensa di “usare” platealmente il coniuge per realizzare sé stesso, ma il coniuge non tarderà comunque a intuire tale abuso e a rifiutarlo. E anche chi si sposa con questo bisogno inconscio, non tarderà a essere deluso del suo matrimonio, e finirà presto per considerarlo come un nuovo ostacolo alla realizzazione di sé: la sola cosa che egli ossessivamente ricerca.
  2. Mancanza di una vera conoscenza reciproca. Fra coloro che si sposano dopo un fidanzamento troppo breve manca spesso un amore basato su di una sufficiente conoscenza reciproca. L’affettività, ossia il sentimento, avvicina le persone, ma non può garantire la stabilità dell’amore coniugale. Spesso l’affetto contribuisce a dipingere un’immagine distorta e abbellita dell’oggetto, un’immagine che attribuisce alla persona soltanto valori positivi, e in grado superlativo. Questa idealizzazione, tipica dell’età giovanile, arricchisce l’amata, o l’amato, di quelle qualità che vi si vorrebbero trovare, e se qualche difetto è evidente… finisce per trovarlo simpatico e interessante. Con la convivenza la tendenza a trasfigurare l’altro diminuisce, fino a calare al livello realistico della critica: l’ideale angelicato diventa una persona normale e spesso fastidiosa, con pregi ma anche con non pochi difetti, alcuni dei quali percepiti come particolarmente spiacevoli, quasi intenzionali, e che fanno sentire defraudati e offesi. La conseguente delusione può scatenare una reazione diametralmente opposta, e l’amore cieco si trasforma in odio altrettanto cieco.
  3. Tra i fini del matrimonio vi è anche il reciproco miglioramento, passo dopo passo, con pazienza; il che comporta conoscere bene non solo sé stessi, ma anche di il proprio coniuge, non però con la rabbia lucida di chi usa dei lati deboli come armi improprie durante i litigi, quanto con la lievità di un buon genitore che si sforza di andare alla radice dei comportamenti sbagliati del figlio per correggerli con un’amorosa cautela da non farsene nemmeno accorgere. L’amore, che passa solo attraverso una conoscenza profonda, implica l’accettazione incondizionata della persona in quanto tale: accettazione che non è rinuncia a spronare il coniuge perché si migliori, ma che sempre significa “ti amo perché sei tu, comunque, sempre”.
  4. Attese esagerate. La ragione di tante crisi coniugali è che ci si aspetta troppo dal matrimonio. La solitudine di cui sempre più spesso le persone soffrono può indurre a vedere nel matrimonio la soluzione ai propri problemi, riponendovi delle aspettative davvero eccessive e irrealistiche. Alcuni si illudono che la felicità dei momenti trascorsi insieme da fidanzati sia magicamente destinata a perpetuarsi per tutta la vita matrimoniale. Altri pretendono che il coniuge sia perfetto e poi, alla prima lite seria, la delusione è tale che si convincono che fra loro c’è un’irrimediabile incompatibilità di carattere. Altri ancora sperano che con il matrimonio verranno automaticamente risolti i propri problemi: difficoltà di integrazione sociale, di immagine di sé stessi, disfunzioni sessuali… La delusione che sorge quando si constata che il matrimonio non solo non li ha risolti, ma vi ha invece aggiunto difficoltà di rapporto, provoca tristezza e critica; e le critiche verso l’istituzione matrimoniale e verso il coniuge facilmente sfoceranno nella rottura.
  5. Il cristiano sa che in questa vita — e quindi anche nel matrimonio — non vi è felicità perfetta: chi si sposa con tale speranza va inevitabilmente incontro a delusioni, poiché la sete di felicità, che c’è in tutti noi, potrà venire pienamente saziata solo nel Regno dei cieli. Il matrimonio non è un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza, che può sì aiutarci molto, ma solo se ce ne consideriamo protagonisti.
  6. Non trovar tempo per stare insieme. La nostra società indaffarata e accelerata riduce il tempo per stare tranquillamente insieme, per dialogare, per ascoltarsi e amarsi. È una carenza devastante e corrosiva di ogni profondo rapporto umano e, in particolare, del matrimonio. Michael Ende l’ha descritta in modo suggestivo nel racconto Momo, in quella città dagli innumerevoli e lugubri “uomini grigi” che rubano il tempo, e che ben possono rappresentare la smania del lavoro, della razionalizzazione, del profitto. “Uomini grigi”, ladri del tempo, possono diventare il computer, la televisione, uno sport, un hobby, le relazioni sociali, magari anche la pulizia della casa o l’occuparsi e il preoccuparsi tanto dei figli da non aver più spazio per il coniuge. Il risultato è sempre lo stesso: la coppia non trova più il tempo, l’occasione e la serenità necessaria per stare insieme, parlarsi, scambiarsi tenerezze e alimentare così l’amore coniugale; i due convivono, ma si sentono estranei, senza più niente da dirsi, assorbiti come sono dai rispettivi interessi individuali. L’amore non sono le parole, ma di parole l’amore si alimenta, quando le parole sono comunicazione: comunicare significa infatti mettere insieme. Certe volte, soprattutto quando si ragiona dell’educazione dei figli, ci si perde in sottili distinzioni tra tempo di qualità e tempo di quantità; certamente la qualità del tempo vissuto in comune è più importante di un tempo quantitativamente lungo, ma scialbo, arido; tuttavia c’è un minimo indispensabile al di sotto del quale la qualità non è che una parola vuota. Spendere tempo, che è il nostro bene più prezioso — non accumulabile né acquisibile —, è l’investimento più consistente e produttivo che possiamo fare per il nostro matrimonio e la nostra famiglia.
  7. Più figlio, o figlia, che coniuge. Nella formazione di una coppia intervengono in misura più o meno importante le rispettive famiglie: un fenomeno oggi meno frequente, ma che dopo tutto può anche considerarsi logico e ragionevole. I problemi cominciano quando la presenza dei futuri suoceri diviene autoritaria e invadente, e se ciò continua anche dopo il matrimonio, provoca delle tensioni che minano gravemente l’armonia coniugale. Vittima può essere il figlio-coniuge che, non essendo riuscito a rendersi autonomo dalla madre (o dal padre) e non volendo perdere la moglie cerca di accontentare entrambe le parti. Il risultato, però, è che scontenta tutti: sé stesso, perché si trova sempre in una situazione disagevole; la madre, che volendo imporsi, si scontrerà con la sposa; e la moglie, che si sentirà controllata e giudicata dalla suocera. Quelle tensioni non scompariranno finché il rapporto non cambierà impostazione; il figlio dovrà acquistare la consapevolezza che sposarsi significa “lasciare il padre e la madre per unirsi a sua moglie” (Gn 2,24). Gli sposi dovranno imparare ad amare insieme la madre (o il padre) e questa andrà aiutata ad amare entrambi come figli.

Altra tensione può sorgere dalla figlia-moglie troppo dipendente nel suo comportamento dall’influsso di una madre (o un padre) con forte personalità. Ora sarà il marito a soffrire sentimenti di gelosia, frustrazione e umiliazione. Per superare questa disarmonia il marito farà in modo di aiutare la moglie a sentirsi più sicura di sé, più attraente e apprezzata di sua madre.

La chiave di tutto sta nel concetto di autonomia, che è profondamente differente da quello di indipendenza: l’autonomia è la capacità di affrontare i cambiamenti, l’indipendenza è il desiderio di tagliare i rapporti. Il coniuge autonomo mantiene legami affettivi con la famiglia d’origine, ma ha ben chiaro che la vita adesso è nella sua nuova famiglia, e sa che deve affrontarla insieme al coniuge secondo le proprie forze. Il che non gli impedisce di chiedere aiuto quando ne ha bisogno, perché non ha la pretesa di fare tutto da sé, posizione superba e arrogante tipica dell’indipendente.

È necessario crescere in autonomia, che è strettamente legata a virtù come la fortezza, la sincerità, la sicurezza di sé. Se è evidente che proprio in questa direzione devono venir convogliati molti degli sforzi educativi dei genitori nel crescere figli autonomi, è altrettanto chiaro che chi si rendesse conto di avere un coniuge a bassa autonomia deve sforzarsi di aiutarlo a potenziare questa indispensabile qualità. Come? Non certo puntando il dito contro la sua fragilità, ma anzi aiutandolo ad accrescere la stima di sé stesso, permettendogli di agire con autonomia, senza negare i vincoli di amore che legano la nuova famiglia alle famiglie d’origine. Anche in situazioni difficili, la risposta migliore è sempre l’amore: omnia vincit amor (Virgilio, Eneide), l’amore vince tutto, e, parafrasando le parole di san Josemaría Escrivá, è nell’abbondanza di bene che bisogna affogare il male, l’indifferenza, l’ostilità. Si tratta dunque di trovare il giusto equilibrio tra l’affetto dovuto e la difesa della propria intimità, nel mentre si cresce come marito e moglie; ciò è possibile se non si è inteso il matrimonio come la fuga dalla famiglia difficile, come lo sfogo dei propri sentimenti, come la panacea delle proprie debolezze.

2. Attenti alle false ragioni per sposarsi

Vi sono molte altre ragioni che costituiscono altrettante premesse al fallimento matrimoniale: premesse a matrimoni, come si dice, sbagliati fin dall’inizio. Fra le tante, proviamo a individuare le più frequenti.

  1. Guardare solo il fascino esterno del partner, trascurando o non dando importanza ad aspetti più decisivi come il carattere, la personalità, gli interessi comuni e la sua concezione della vita.
  2. Idealizzare le sue virtù non rendendosi conto che sono in gran parte frutto della propria “infatuazione” romantica, poco realistica.
  3. La paura di restare soli o di far brutta figura. Benché oggi l’età media di chi giunge al matrimonio si sia notevolmente innalzata, c’è sempre chi, pur di non rischiare di rimanere scapolo o zitella e per paura di invecchiare, si sposa alla prima occasione, col primo che capiti.
  4. La voglia di rendersi indipendenti dai propri genitori. Chi soffre per l’eccessiva sottomissione ai propri familiari tende a vedere nel matrimonio una specie di “liberazione” e la decisione di sposarsi, anche molto presto, può essere determinata dal desiderio di emancipazione: la caccia dell’indipendenza.
  5. Il puntiglio di chi vuole affermarsi, per ripicca nei confronti dei genitori contrari alla sua scelta del partner. Sostenere la propria scelta può essere giusto, purché non si faccia del matrimonio una questione di “vittoria personale”.
  6. La paura di interrompere un fidanzamento ufficiale e socialmente gradito. Può costituire una seria difficoltà per coloro che non sono abituati a prendere decisioni con libertà e responsabilità, soprattutto quando la pressione di genitori, parenti o amici è forte. La paura di dare un grande dispiacere ai familiari, entusiasti per un certo “partito”, o materialmente interessati ad esso, ha indotto più d’uno a sposare chi non avrebbe dovuto.
  7. La paura dello scandalo, quando la ragazza resta incinta. A meno che il matrimonio non fosse già stato deciso prima del concepimento e in piena libertà, è evidentemente sconsigliabile precipitare il matrimonio. È meglio aspettare che il bambino nasca e poi, con calma e serenità, i due saranno in grado di prendere una decisione ponderata.
  8. Sposare qualcuno per motivi di compassione, pensando che così si potrà aiutarlo. Anche se la compassione è un sentimento nobilissimo, quel matrimonio è destinato a fallire sia come matrimonio sia come opera di carità.
  9. Pensare che il matrimonio possa costituire un rimedio per le proprie anomalie psico-affettive (è tipico il caso dell’omosessualità). Chi non riesce a superare certe deviazioni affettive, non si illuda di trovare un “toccasana” nel matrimonio. Ciò che invece deve considerare è l’eventuale grave ingiustizia che compie nei confronti del partner, celando la sua situazione. Del resto, bisogna ricordare che se un matrimonio viene contratto con dolo, per la legge della Chiesa è nullo.
  10. Ricercare, per immaturità affettiva, nel marito un padre o nella moglie una madre. Anche se questo fattore gioca sempre un certo ruolo nel rapporto coniugale, bisogna evitare che questa inconscia identificazione porti uno squilibrio nel normale rapporto degli sposi.

II. Comprendere che cos’è l’amore coniugale per dare al proprio matrimonio un solido fondamento

L’amore è una delle parole più usate ed abusate. Quanti si sposano pensando di amarsi, ma poi ben presto si accorgono che il loro amore non era profondo e alle prime difficoltà, delusioni o arrabbiature si separano; viene allora da chiedersi: ma si volevano davvero bene?

Chi si prepara al matrimonio conviene perciò che rifletta, prima di tutto, sull’amore umano e su quella sua pienezza che è l’amore coniugale.

1. L’innamoramento

L’innamoramento inizia come amore sentimentale, amore estetico, affettivo e di simpatia. Man mano che i due si conoscono si instaura una sintonia di caratteri, e aumenta il desiderio di conoscersi di più, di stare insieme. L’amore sentimentale ha un carattere spontaneo, non volontario. Nessuno “decide” di innamorarsi di una persona, ma — senza saper bene come e perché — incomincia a sentire affetto e tenerezza per qualcuno. Ciò non è dovuto solo agli aspetti attraenti e gradevoli dell’altro, ma al sorgere di una particolare “congenialità”.

Si tratta di un amore che il soggetto “subisce” e, per il suo carattere prevalentemente passivo, viene anche chiamato “amore passionale”. Anche se spesso è vissuto con grande impeto, è tuttavia un sentimento e, come tale, è soggetto a diversi fattori incostanti. È uno stadio comunque necessario, come è necessaria una certa “idealizzazione” del partner. In questa fase la reciproca conoscenza tra uomo e donna è ancora assai ridotta, appunto perché si conoscono solo per attrazione e sentimento.

È importante notare come l’uomo e la donna “conoscano” in modi differenti: l’uomo per natura è portato a misurarsi con la realtà principalmente con l’istinto e con la ragione, al contrario della donna che “sente”, vale a dire che affronta il mondo con il sentimento. Evidentemente questa è una semplificazione, non però banale: è utile per capire come nasce l’amore tra un uomo e una donna.

Generalmente la prima sensazione che una donna provoca in un uomo è l’attrazione, vale a dire una conoscenza tramite l’istinto, la sensualità. Diverso è il caso della donna che si “innamora” dell’uomo, grazie a un trasporto emotivo. Questo abbozzo di amore non può essere la solida base sulla quale costruire una vita in comune: entrambe queste sensazioni sono per loro essenza effimere: tramontano in un niente. Gli amori travolgenti costruiti sul sentimento e sull’istinto, quando muoiono — cioè quando non evolvono in un amore maturo — lasciano un doppio sapore di fiele, come se ci si sentisse doppiamente ingannati: dall’altra persona e da sé stessi.

Quando questa infatuazione evolve, generalmente passa attraverso una fase di reciproca conoscenza che assume le tinte dell’amore adolescenziale: la forte connotazione sentimentale offusca la percezione della realtà al punto che si è pronti ad attribuire all’oggetto dell’amore tutte le virtù, negando in esso il benché minimo difetto. Tutto in lui — in lei — è perfetto, tutto è giusto, tutto ragionevole. Siamo pronti a scusare ogni errore e a difendere l’amato, o l’amata, contro chiunque, generalmente contro i genitori che — con occhio disincantato — sanno riconoscere i pregi, ma mettono anche in guardia sui difetti.

Potremmo definire simpatia questo tipo di amore, secondo l’etimologia della parola che deriva dai vocaboli greci syn, che vuol dire insieme, e pathos, che significa sentimento; il concetto è reso bene dal termine inglese feeling.

Anche questa fase dell’amore non può costituire la base sulla quale costruire un matrimonio: anzi, sono proprio i matrimoni conclusi a questo punto del cammino d’amore quelli che hanno maggiori probabilità di fallire. I primi giorni di vita in comune, quando si devono affrontare le prime difficoltà — da chi fa la spesa a chi pulisce la casa, da cosa fare la sera a dove trascorrere la domenica —, fanno cadere il velo: per una drammatica quanto ovvia legge dei contrari, la disillusione provocata dallo scoprire che il coniuge è una persona normale, vale a dire dotata anche di limiti, fa improvvisamente dimenticare i suoi punti di forza e si è portati a considerarlo l’essere peggiore sulla faccia della terra, e ci si chiede come si è potuto, tra tutti, scegliere per la vita proprio lui, proprio lei. I fallimenti, sempre più frequenti, di matrimoni nel primo semestre o nel primo anno di unione, vanno generalmente ricondotti a questo tipo di meccanismo.

L’amore solido, vero, è invece quello che si basa su una conoscenza obiettiva della persona amata. Si potrebbe pensare che la simpatia, questo battere all’unisono, sia il giusto fondamento di un amore, mentre l’obiettività, che ci svela i limiti oggettivi dell’oggetto d’amore, sia una sorta di strega maligna e superba, pronta a togliere l’incanto del sentimento puro. Invece è proprio questa obiettività, che conduce all’amore di amicizia, la strada giusta verso il matrimonio. Io amo una persona quando la amo per quello che è, amo i suoi pregi quanto i suoi difetti, che conosco oggettivamente e che con amorevole attenzione mi sforzerò di correggere. Si deve amare ogni persona, e in particolare il coniuge e poi i figli, perché è lei, non per i presunti meriti, per i titoli professionali, per i successi che miete.

Se non si coglie questo aspetto centrale dell’amore, l’amore disinteressato per la persona in sé, si cade presto nella delusione: quando venissero meno i successi, la carriera professionale o le qualità tanto idealizzate, che cosa resterebbe in mano? La delusione? Se il presunto amore è costruito su questo, certamente sì. Anzi, addirittura l’odio, perché ci si riterrebbe ingannati e sedotti.

Amare la profondità della persona è dunque molto più della simpatia, è amicizia vera. Nell’amicizia, infatti, la partecipazione della verità è l’aspetto decisivo. Che cosa significa l’amicizia se non “Io voglio bene a te come a me stesso”? Accanto all’io compare un tu reale, che è altro da me, ma che è importante quanto me.

Poiché è la scoperta progressiva di questo altro da me che mi sta a cuore quanto me, l’amicizia richiede tempo, e l’amore di amicizia ancora di più. Perché un amico posso anche abbandonarlo, se le circostanze della vita mi costringessero a farlo, ma il coniuge è mio per sempre, anzi è meglio dire, sono suo per sempre. Infatti il passo successivo nella vicenda dell’amore è la donazione.

2. L’amore di donazione

L’amore sentimentale tende alla pienezza che ogni amore promette, perché in tutti è presente, più o meno coscientemente, un’esigenza di durata, di eternità, che solo la persona intera può raggiungere. Un simile grado dell’amore può essere ottenuto unicamente attraverso la reciproca e piena donazione, che non va confusa con il baratto dei corpi. Lo potremmo esemplificare con il seguente ipotetico dialogo fra due innamorati:

— Ti amo tanto che vorrei regalarti la cosa più bella del mondo.

— Ma il miglior regalo che mi puoi fare sei tu stessa.

— Allora voglio essere questo regalo, ti dono la mia vita, me stessa.

— E altrettanto farò io con te: per tutta la vita sarò tutto e solo tuo.

Anche i doni che gli innamorati si scambiano sono un simbolo del dono di sé.

L’amore di donazione significa riconoscere e volere il bene dell’amato (dell’amata): il suo bene, non un bene generico, confuso in una nuvola di emozioni. L’amore sponsale è un atto di donazione: offrire sé stesso all’altro, gratuitamente. Non è solo il piacere, né solo l’affetto; è dare, ma dare ciò che l’altro desidera: non ciò che desideriamo dargli noi. La gioia profonda e duratura, effetto dell’amore nel senso più elevato, nasce proprio da questo donare gratuito e non in vista di un determinato interesse o del piacere, che è sempre qualcosa di più o meno effimero.

L’importanza di questa riflessione si avverte ancora meglio considerando che ci troviamo in una società di individualismo egocentrico e di utilitarismo che genera una civiltà da “usa e getta”, o che — come ha scritto il Papa — “genera una civiltà delle “cose”, non delle “persone”; una civiltà in cui le persone si usano come si usano le cose. Nel contesto della civiltà del godimento la donna può diventare per l’uomo un oggetto, i figli un ostacolo per i genitori, la famiglia un’istituzione ingombrante per la libertà dei membri che la compongono” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 13).

3. L’amore coniugale: un amore che coinvolge tutta la persona

La grandezza e la dignità della persona umana si manifestano nella sua capacità di comprendere e dirigere — secondo le esigenze del bene integrale proprio e del prossimo — i suoi impulsi e sentimenti grazie all’uso delle sue facoltà spirituali: intelletto e volontà. L’amore coniugale è la scelta consapevole, liberamente assunta, di donarsi all’altro, accettandolo così com’è, per formare una famiglia. Solo se fondato su tale amore di donazione il matrimonio potrà originare una durevole vita familiare. Le difficoltà non mancheranno, e ognuno sarà chiamato a non pochi sacrifici.

L’amore del quale parliamo non è ciò che una donna prova per un uomo e viceversa, ma ciò che esiste tra loro, ciò che li unisce in modo talmente unico da non essere condivisibile con nessun’altra persona. Marta e Bruno diventano Martaebruno: qualche cosa di nuovo che, senza distruggere le due individualità, costruisce una nuova “persona” che è la coppia. Questa dimensione, che si sostiene grazie alla reciprocità dell’amore, richiede un sacrificio necessario: mettere la propria libertà nelle mani dell’altro, il cui bene mi sta ora a cuore più del mio perché il mio bene dipende dal suo. Non posso più essere felice se lui/lei è triste! Masochismo matrimoniale? Tutt’altro! Perché la garanzia della mia felicità sta nella reciprocità di questo amore. C’è qualche cosa più grande di me e di lui/lei: ci siamo noi. Un noi che ha priorità differenti dai due io, e che ne avrà altre ancora quando al primo “noi” si aggiungeranno i figli.

Discorsi nobili, romantici, euforici: persino condivisibili, potrebbe dire qualcuno. Certo, ma ora si tratta di declinarli nelle piccole cose quotidiane: rinunciare alle uscite con gli amici, alle partite di canasta con le amiche, allo stadio, allo shopping, a quel programma televisivo perché, pur essendo cose piacevoli e anche buone, non sono condivise. Vuol dire lavare i pavimenti se lei non lo ha fatto e sorridere, anche se avevo proprio voglia di vedere la partita in Tv; vuol dire piegargli i vestiti che ha buttato sul divano ieri notte, rientrando da una cena di lavoro, anche se gli ho chiesto mille volte di non farlo.

È bene che le coppie siano al corrente di tutto questo prima di sposarsi. Perché la vita di famiglia è anche questo, ma questo è un piacere se lo faccio per lui, per lei.

Perché l’amore non è più “io ti desidero come un bene”, come accade nella concupiscenza, ma “io desidero ciò che è bene per te”.

“Amarsi non è andare a letto assieme, ma alzarsi insieme da quel letto tutte le mattine e affrontare insieme le gioie e i problemi della vita quotidiana”: più o meno con queste parole Henry Fonda spiegava alla figlia maggiore il significato dell’amore nel film Appuntamento sotto il letto.

4. Significato del consenso matrimoniale espresso il giorno delle nozze

C’è una bella differenza tra coniuge (da cum e iugum: colui o colei con cui divido il giogo), e compagno (da cum e panis: colui con il quale divido il pane): quest’ultimo è un semplice commensale, ma il pranzo lo divido con chi voglio, la sorte no.

Il consenso espresso il giorno delle nozze non è dunque soltanto un momento di particolare intensità nella vicenda sentimentale tra un uomo e una donna, ma è quell’atto unico e irripetibile che li fa diventare sposi, ossia definitivi debitori di reciproco amore.

È proprio l’esistenza di questo vincolo che segna la differenza tra amanti e sposi, tra il convivere e l’essere marito e moglie, tra il generare dei figli e l’essere famiglia.

Con il matrimonio il marito diviene l’uomo di quella donna, e lei a sua volta diviene la donna di quell’uomo. Da quell’istante gli sposi si appartengono reciprocamente in ciò che hanno di coniugale; si instaura tra loro una reciproca appartenenza che costituisce la fonte da cui emana tutta la loro vita d’amore e di fecondità: non sono più soltanto un uomo e una donna, ma sposi, una coppia, “una sola carne” (cfr Gn 2,24 e Mt 19,6). Hanno deciso liberamente di trasformare la gratuità originaria del loro amore in esigenza di giustizia, in debito d’amore. Con il reciproco “sì” matrimoniale essi non intendono semplicemente accordarsi per vivere insieme, ma assumere la comunità di vita coniugale come debito, come vincolo, oltre che d’amore anche di giustizia, ossia come unione reciprocamente dovuta. Appartenersi e donarsi reciprocamente non significa, evidentemente, essere lo schiavo dell’altro, succube dei suoi capricci. Donare sé stesso significa impegnare la propria libertà a vantaggio del bene personale e della felicità dell’altro. Ciò esige una risposta adeguata, essendo il bene di entrambi l’oggetto della reciproca donazione.

Invece “libero amore”, che suona così bene, non è altro che l’impossibile connubio di due illusioni: una libertà che non si basa sulla verità non è infatti vera libertà; e se l’amore è soprattutto donazione, parlare di un “amore libero da impegni” è un controsenso. Nell’espressione “libero amore” il fascino legittimo delle due parole “libertà” e “amore” viene stravolto, di fatto, nella negazione di entrambe.

Conviene inoltre osservare che quella della semplice “convivenza” è una situazione che vorrebbe relegare il matrimonio al ruolo di mera pratica legale o, al più, di bella tradizione celebrativa. “A volte sembra proprio che si cerchi in ogni modo di presentare come “regolari” e attraenti, conferendo loro esterne apparenze di fascino, situazioni che di fatto sono “irregolari”. Esse infatti contraddicono “la verità e l’amore” che devono ispirare e guidare il reciproco rapporto tra uomini e donne” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 5).

L’atto coniugale appare così nel suo significato autentico: il coronamento della piena unione della coppia. L’unione sessuale nel matrimonio sarà piena di bellezza, di verità e di gioia quando conferma e manifesta l’unione della vita di entrambi i coniugi. La Chiesa non fa altro che proporre la legge naturale quando afferma che l’atto coniugale è autentico (e quindi lecito) solo fra coloro che si sono reciprocamente donati in un modo “totale e definitivo” (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2391). Nello stesso senso ha anche ricordato che “la donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente” (Familiaris consortio, n. 11).

5. Sposarsi non è perdere la propria libertà?

La nostra cultura tende a concepire la libertà come un continuo e ansioso sottrarsi a ogni legame impegnativo, ed è difficile che in un clima di simile nevrotica “autodifesa” possa venir compreso il senso dell’alleanza matrimoniale, del “dono di sé”. Chi rifugge dagli impegni si illude di mantenere intatta la libertà, ma tale atteggiamento, in apparenza “libero”, rende paradossalmente schiavi di un’ansiosa paura di impegnarsi. Ovviamente ognuno è libero di non impegnarsi mai; in tal caso però la libertà, per un malevolo gioco del destino, viene brutalmente ridotta a un suo surrogato: proprio in nome della stessa libertà. Chi infatti non è padrone di sé quanto basta per potersi donare, mostra di non essere libero, bensì incatenato alla fugacità e al capriccio del presente; ne è un emblema la figura del “don Giovanni”, disperatamente in fuga da ogni legame fino alla morte.

Di fatto, questa scelta di non scegliere riduce la dignità della persona. Che cos’è che rende l’uomo qualitativamente diverso da un animale? La responsabilità: solo la persona è responsabile dei propri atti. Il matrimonio è un atto di responsabilità: è l’affermazione davanti alla comunità degli uomini, e davanti a Dio, della volontà di prendersi cura del coniuge, amandolo più di sé stessi, nello sforzo di migliorarlo e migliorarsi continuamente nella felicità. Sposandomi proclamo la mia responsabilità, quindi proclamo il mio essere persona; nella semplice “convivenza” sfuggo a questo impegno, mi dichiaro incapace di affermare il mio amore, lo nascondo, cerco di difendere i miei limiti, primo fra tutti l’irresponsabilità: finché dura… Finché dura vuol dire finché mi diverto; poi il giocattolo si butta via. Chi si assume la responsabilità del matrimonio sa che sul suo orizzonte si prospetta “la buona e la cattiva sorte” e si ripromette di essere accanto al coniuge in tutti quei momenti: chi sceglie di convivere ha già anticipato che nella cattiva sorte…, beh non contare su di me, dipenderà di volta in volta, se mai ce ne sarà una seconda…

6. Ricapitolazione

Ricapitolando le vicende dell’amore umano si possono tracciare queste tappe:

sensualità: l’amore tra uomo e donna ha origine dalla tendenza sessuale, che appartiene alla natura della persona: ciò che si coglie nell’altro innanzitutto è il suo sesso, che è diverso dal proprio e che attira per istinto (nell’uomo) o per sentimento (nella donna);

affettività: dal corpo l’attenzione si sposta sulla persona tutta, ma, quasi per una sorta di pendolarismo, la persona non viene colta nella sua oggettività, quanto in una dimensione idealizzata, sublime;

amicizia: l’amante scopre la realtà dell’amato, con limiti e pregi, e desidera il bene dell’altro come bene per sé stesso, capisce di volere il bene dell’altro e non l’altro come bene;

donazione: la costruzione del noi comincia dall’annullamento dell’io: sono pronto a donarmi interamente all’altro, cominciando dal mio corpo che diventa espressione della mia volontà di dare tutto, il presente e il futuro, quindi la possibilità di trasformare questo “noi due” in “noi tanti”, aggiungendo alla coppia i figli.

Difficile? Sì, come ricorda una canzone di Lucio Battisti che, a modo suo, spiega queste differenze: “Amarsi un po’ è come bere, più facile che respirare… però volersi bene, no: partecipare. È difficile quasi come volare”.

Difficile? Sì, ma anche avvincente e fonte di vera gioia. L’uomo, creato da Dio per amore, è chiamato all’amore e non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, n. 24).

Tutte le altre considerazioni che si possono e si dovranno fare in questi incontri di preparazione al matrimonio non sono in fondo che le conseguenze derivanti da questa realtà fondamentale.

III. Sposarsi significa impegnarsi a…

Abbiamo visto qual è il nucleo dell’amore coniugale; volendo ora precisare meglio che cosa significa sposarsi, converrà ricordare i tre elementi essenziali del matrimonio: l’unità, l’indissolubilità e la procreazione. In altri termini si può dire che l’amore coniugale ha tre pilastri: è fedele, è per sempre ed è aperto alla vita. Perciò, chi si sposasse escludendo dal suo impegno uno di tali elementi, contrarrebbe un matrimonio che non si regge, un matrimonio nullo. Il matrimonio non è infatti un’invenzione degli uomini, qualcosa che ciascuno può configurare a suo piacimento. L’uomo può decidere liberamente se e con chi sposarsi, ma non che cosa sia il matrimonio: le sue proprietà essenziali dipendono infatti dalla natura dell’uomo e della donna nella loro complementarità, secondo il piano di Dio. È bene dunque precisare che unità, indissolubilità e fecondità non sono impicci e legami imposti dagli uomini, ma qualità intrinseche del matrimonio, come il sapido lo è del sale o il dolce dello zucchero. Escluderne qualcuna significa snaturare l’istituzione.

1. Un amore fedele

I coniugi “non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19,6; cfr Gn 2,24). L’esclusività dell’amore coniugale è una conseguenza della profonda unità del matrimonio: se si considera che quel reciproco dono di sé è necessariamente un dono totale, si capisce anche perché esso non può che essere esclusivo.

Chi volesse “donarsi” a diversi partner, non potrebbe farlo che parzialmente, distribuendo ciò che è meno personale e più estrinseco di sé e della propria sessualità. Gli amanti non si possiedono infatti in modo esclusivo, ma solo in parte, poiché non si appartengono del tutto come, invece, i coniugi. E alla parola “partner”, oggi così di moda, ben si addice un doppio senso…

Nella celebrazione liturgica del matrimonio (vi torneremo più avanti) gli sposi si scambiamo l’anello dicendosi: “Ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. L’impegno alla fedeltà nelle diverse circostanze della vita matrimoniale non è certo facile, tantomeno in questa nostra società “postcristiana”, che trova tollerabile e magari anche simpatico avere di tanto in tanto “un’avventura”. Nel sacramento del matrimonio i coniugi ricevono una grazia specifica che, fra l’altro, li sorregge nel loro impegno di fedeltà; nella celebrazione del sacramento il sacerdote ricorda loro: “Cristo vi fa dono della sua forza, perché siate fedeli l’uno all’altro, e portiate insieme le responsabilità del matrimonio”. Lo scambio degli anelli non è comunque un atto magico che dona la fedeltà come un fatto acquisito per tutta la vita; l’amore coniugale e la fedeltà vanno costruiti giorno dopo giorno. L’amore non è una cosa statica, ma è una realtà viva e, come tale, se si vuole che sia duraturo, deve continuamente rinnovarsi e arricchirsi. La fedeltà coniugale non consiste solo nell’astenersi dal tradire il proprio coniuge, ma è qualcosa di positivo, è una grande positiva conquista che va realizzata a poco a poco, con un rinnovato impegno quotidiano fatto di tante piccole fedeltà, e anche di piccoli accorgimenti nel saper prevedere situazioni che possono mettere (o mettere l’altro) in difficoltà.

Essere fedele significa perseverare nell’amore, rinnovare il proprio “sì” anche quando costa fatica, evitare quella critica e quel giudizio così duro e negativo, che possono offendere quasi come un “adulterio verbale”, vero cancro dell’armoniosa convivenza matrimoniale. Forse sono più numerosi i matrimoni distrutti da questo “adulterio della critica” che da quello della carne.

La fedeltà è in un certo senso misura dell’amore, di quell’amore pieno che — come s’è visto — è facoltà della persona, e non mero sentimento: la fedeltà è dunque il termometro che misura la donazione, il desiderio di volere il bene dell’altro come bene proprio. Se infatti il germe dell’infedeltà si insinuasse anche solo nel mio pensiero, avrei cominciato a mancare al mio impegno, a quell’impegno che liberamente ho assunto, davanti a Dio e davanti agli uomini, di amare pienamente il mio coniuge. Ognuno tragga le conclusioni del caso. Riesco a restare fedele anche quando costa, anche quando — non per mia volontà — si presentano occasioni tanto allettanti quanto inquietanti, se sono capace di un amore totale, che mi ha cioè modellato al punto che non penso più per me, ma per noi. Capita, a chi ha già qualche anno di vita matrimoniale alle spalle, di non “riuscire” più a ragionare al singolare; di fronte a tutto — le vacanze, il lavoro, uno svago, un acquisto — si ragiona al plurale: “Che cosa comporterebbe “questo” per noi?”. È un frutto — può sembrare piccolo, e invece dimostra un amore radicato — che rende capaci di superare i contrasti che inevitabilmente affioreranno. Giungere a questa pienezza dell’amore è la sfida che coloro che si sposano devono raccogliere; e per il cristiano, tutto ciò acquista un valore ancora più profondo, trovandosi inserito nel piano salvifico di Dio: fedeltà al proprio coniuge significa anche fedeltà a Dio, alla sua chiamata alla santità.

2. Un amore per sempre

Che dire a quanti si “sposano” con l’idea che poi, se un giorno non andassero più d’accordo, ciascuno potrà ritenersi libero di divorziare? Si dovrebbe semplicemente dir loro che non si sono sposati, perché hanno confuso la realtà naturale del matrimonio (che per sé stessa è essenzialmente e intrinsecamente indissolubile) con qualcosa d’altro. L’indissolubilità del matrimonio non è infatti un’invenzione della Chiesa, né una legge che vale solo per chi ha fede in Cristo, il quale disse: “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito” (Mt 19,6 e Mc 10,9). Con quelle parole il Signore ha infatti ricordato una realtà naturale, e cioè quella proprietà essenziale contenuta nella reciproca donazione che un uomo e una donna fanno della propria coniugabilità. Che donazione sarebbe infatti quella di chi si impegnasse solo finché gli farà comodo? Ciò denoterebbe che non è la persona dell’altro a interessargli, ma solo ciò che, per un certo tempo, potrà ottenere da lei: ed ecco trasformata la persona in oggetto. Come reagiremmo se qualcuno ci dicesse: “Ecco, ti faccio un regalo, ma se poi cambio idea me lo riprendo”. Si dovrebbe quantomeno dire che non si tratta di una vera donazione.

Dal momento in cui ho sciolto l’“io” per trasformarlo in “noi”, non mi appartengo più: se dunque l’infedeltà è di fatto un furto verso la proprietà del matrimonio, il divorzio è una rapina senza possibilità di appello.

L’indissolubilità del matrimonio non è dunque un’imposizione autoritaria, un limite alla libertà dei coniugi imposto dall’esterno, ma é un’esigenza naturale, intrinseca al vincolo coniugale, a quel reciproco e pieno dono interpersonale che è alla base del matrimonio e della famiglia. L’irrevocabilità del consenso è infatti un’esigenza della dignità della persona che nasce dall’essenza di tale dono: dono eminentemente personale. Il consenso matrimoniale è, realmente, un atto di donazione del proprio futuro: un atto supremo di libertà e di amore, perché soltanto chi è padrone di sé può decidere di darsi, di affrontare il suo futuro con i rischi che appartengono alla vita. La libertà non è qualcosa che si riceve in eredità da custodire gelosamente; è una conquista personale che ognuno deve compiere a poco a poco, anche e soprattutto con scelte definitive.

Chi volesse difendere la libertà di divorziare negherebbe l’alleanza matrimoniale, piegandola a interessi individualistici. L’introduzione del divorzio, diffusasi in quasi tutte le nazioni, è soprattutto frutto di astute campagne di opinione con le quali si è fatto un gran chiasso sul divorzio-rimedio di casi-limite, per poi allargare gradualmente la legislazione fino a legittimare un vero e proprio “diritto” allo scioglimento del vincolo. La mentalità divorzista, introdotta subdolamente con il divorzio-rimedio, approda così immancabilmente alla negazione della capacità umana di impegnarsi in un’alleanza stabile e irrevocabile. Il termine di questa parabola, avviata sotto i panni di una nobile “comprensione”, è l’incredula ironia nei confronti della fedeltà coniugale, fino a giungere all’estremo di non riconoscere nemmeno più il diritto a contrarre un matrimonio civilmente indissolubile. Non è altro che la logica tirannia del diritto di cittadinanza concesso al divorzio. È la rinuncia alla responsabilità personale a favore della vita facile. È la ben nota legge del risentimento: quando non riesco a fare una cosa, ho due possibilità: riconoscere i miei limiti, sforzandomi magari di superarli, o evitare l’ostacolo… Nel primo caso ho bisogno di umiltà e volontà, nel secondo non faccio che accrescere il mio autocompiacimento: non sono dunque io che devo cambiare, ma quegli insani che fanno fatica per raggiungere a tutti i costi la meta, così folle. Dalla follia all’ingiustizia e da questa alla condanna il passo è breve.

Il divorzio è un’arma pericolosa messa in mano a un debole, che generalmente finisce per usarla facendo danni a sé stesso e agli altri: è una scappatoia avvilente e disumanizzante: è come se sposandosi non ci si scambiasse la promessa di un amore totale, ma un affetto a tempo. Io ti prendo in sposa fino alla scadenza del prossimo anno, momento in cui questo contratto potrà essere tacitamente rinnovato salvo invio di raccomandata entro tre mesi dalla scadenza del medesimo… Come può essere amore, questo, che già in partenza è incrinato da così evidente egoismo? Perché ammettere il divorzio significa ammettere che il mio interesse sta al di sopra del bene della coppia: io sono noi finché mi piaci, quando noi non mi piace più, ritorno io. Il divorzio non è la salvezza di chi si è sbagliato, ma piuttosto la scorciatoia del non-amore: è un incoraggiamento a provare, poi, nel caso, ci si lascia… Meglio aspettare un anno di più a sposarsi per conoscersi meglio, per consentire all’amore di compiere tutto il suo cammino, piuttosto che “sbagliarsi” e ricorrere poi al divorzio.

3. Un amore fecondo

La terza caratteristica essenziale del matrimonio è di essere ordinato alla procreazione e all’educazione dei figli. La prole costituisce il coronamento naturale del matrimonio, gli conferisce un’alta dignità e dà ai coniugi la grande responsabilità della trasmissione della vita umana. Dio ha infatti chiamato l’uomo e la donna a una speciale partecipazione del suo amore e della sua paternità, rendendoli suoi cooperatori liberi nel trasmettere il dono della vita umana: “Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela” (Gn, 1,28).

La fecondità del matrimonio è il frutto e il segno dell’amore degli sposi, testimonianza viva della loro piena e reciproca donazione. Il figlio non è allora un “terzo incomodo”, ma è desiderato e atteso come un’espressione tangibile del loro amore. Gesù disse: “Vi ho destinati a portare frutto, un frutto duraturo” (Gv 15,16). Con la procreazione e l’educazione dei figli i genitori rispondono a questa chiamata di Dio testimoniando la loro fede, speranza e fiducia in Lui; si mettono, inoltre, al servizio degli altri testimoniando la loro carità. In tal modo fanno crescere in loro e attorno a loro la Chiesa di Cristo. La gioia che nasce dalla paternità e dalla maternità sarà un arricchimento del loro amore; il neonato diventa dono per gli stessi donatori della vita.

Non bisogna però illudersi che la nascita di un figlio possa risolvere di per sé i problemi di coppia; anzi, ne pone di nuovi. La sua presenza mette alla prova l’unità tra i coniugi, le loro qualità e soprattutto la loro capacità di donarsi. Un nuovo figlio significa, infatti, avere meno tempo per sé stessi, essere più impegnati, dover affrontare tanti nuovi problemi e imprevisti; il marito dovrà magari imparare a cambiargli i pannolini, a scaldare il biberon, a imboccarlo o a giocare con lui; la moglie dovrà stare attenta a non lasciarsi assorbire troppo dai figli, così da trascurare il marito.

IV. Cristo ci insegna e ci aiuta a vivere pienamente l’impegno sponsale

La fede ci insegna che la storia umana non è una mera somma di eventi fortuiti, arbitrari, e quindi frutto di un destino cieco, ma è storia della salvezza. Il suo filo conduttore è l’amore di Dio per l’uomo, amore che si manifesta in quell’alleanza che ha in Cristo il suo centro e il suo culmine. Solo in Cristo, unico mediatore tra Dio e l’uomo, questi può comprendere e realizzare pienamente la sua dignità, la sua vocazione-missione nella quale trovano un posto di grande rilievo il matrimonio e la famiglia.

San Giovanni, l’apostolo dell’amore, ha scritto: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui” (1 Gv 4,7-9).

Il cuore della Rivelazione portata a compimento da Cristo è racchiuso nelle parole di Giovanni “Dio è amore” (1Gv 4,16). Per un cristiano esistere significa essere voluto, amato e chiamato da Dio all’amore. Per amore il Padre ha inviato il suo Figlio unigenito, che si è fatto in un certo senso sposo dell’umanità e di ognuno di noi, donandosi pienamente. Tutta la storia sacra è narrazione di quell’amore sponsale, dell’alleanza tra Dio e l’uomo, tra Cristo e la Chiesa. Così anche l’amore fedele, indissolubile e fecondo tra un uomo e una donna è segno e compimento di quel divino amore sponsale.

San Paolo esorta: “Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5,25-27; cfr anche: 1Cor 3,1-8 e Gv 15,15). È perciò entro questo amore di Cristo per la sua Sposa e nel quadro di quest’alleanza coniugale tra Gesù e la Chiesa che i cristiani sono chiamati a vivere l’amore tra uomo e donna. L’amore sessuale tra di loro non può venir dissociato dal più grande atto d’amore della storia, quello di Gesù che versa il suo sangue sulla croce per la salvezza dell’umanità.

Ciascuno di noi deve sentirsi chiamato ad aprire la propria vita all’iniziativa di Dio, poiché solo in Lui possiamo soddisfare il nostro desiderio di verità, di pace e di amore. Anche la vita coniugale potrà essere vissuta pienamente solo se ha fondamento e si alimenta nell’amore inesauribile di Dio che si è manifestato in Cristo e in Lui è penetrato nella storia e nella nostra vita.

1. Una Lettera di Dio agli sposi

Ogni amore ha sempre la sua origine in Dio ed è anche un che l’uomo dice a Dio. Nel volumetto Prometto di esserti fedele, per sempre Giordano Muraro immagina una Lettera di Dio ai fidanzati nella quale esprime, in modo suggestivo, questa realtà.

Allo sposo — ma lo stesso vale per la sposa — Dio dice: “La donna che hai al fianco, emozionata, con l’abito nuziale, è mia. Io l’ho creata. Io le ho voluto bene da sempre, ancor prima di te e ancor più di te. Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza, è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore, è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità, la sua intelligenza e tutte la qualità belle che hai trovato in lei. Io la amo da sempre. Tu hai incominciato ad amarla da qualche anno. Sono io che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei. Quando le dirai: “Prometto di esserti fedele, di amarti e di rispettarti per tutta la vita”, sarà come se mi rispondessi che sei lieto di accoglierla nella tua vita e di prenderti cura di lei. D’ora in poi l’ameremo insieme. Non ti lascerò solo in questa impresa. Ti donerò un supplemento di amore perché sappia esserle fedele, aiutarla nelle sue necessità e vivere un amore fecondo che trova il suo coronamento nella procreazione e nell’educazione dei figli. È il mio regalo di nozze: è ciò che si chiama “grazia del sacramento del matrimonio”. Farò di te uno strumento del mio amore; continuerò ad amare la mia creatura, che è diventata la tua sposa, attraverso i tuoi gesti di affetto, di dedizione, di perdono”.

Il “sì” che gli sposi pronunciano in quel giorno lo dicono quindi non soltanto l’uno all’altra, ma anche a Dio. Il sì rivolto a Dio significa: “Accetto di amarti per sempre, secondo il piano di Dio sul matrimonio e la famiglia”.

2. L’alleanza matrimoniale è tripolare

Ecco perché l’alleanza matrimoniale è veramente salda quando non è bipolare, ma tripolare. Quando, cioè, forma un triangolo alla cui base si trovano i coniugi e al vertice c’è Dio. Sposandosi, il marito e la moglie entrano in un’alleanza l’uno con l’altra e con Dio. Giovanni Paolo II ha osservato: “L’amore umano è forse pensabile senza lo Sposo [Cristo] e senza l’Amore con cui Egli amò per primo sino alla fine? Solo se prendono parte a tale amore e a tale “grande mistero”, gli sposi possono amare “fino alla fine”: o di esso diventano partecipi, oppure non conoscono fino in fondo che cosa sia l’amore e quanto radicali ne siano le esigenze” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 19). Gli sposi devono quindi rendersi conto che il loro amore e impegno sono sacri; devono essere sempre più consapevoli che Dio è con loro ed è Lui a concedere loro la forza di amarsi, il che significa — tra l’altro — capirsi, aiutarsi, sacrificarsi, perdonarsi.

3. Cosa significa che per i cristiani il matrimonio è un sacramento?

Per capire ciò occorre anzitutto tener presente che la Chiesa è la comunione di coloro che sono vivificati dallo Spirito di Cristo. Con il battesimo ha avuto inizio in noi la vita cristiana, la vita della grazia che ci rende figli di Dio e ci introduce nella Chiesa, ossia nella nuova alleanza di Dio con l’uomo. Ci troviamo così inseriti in una dinamica di vita soprannaturale che viene poi arricchita dagli altri sacramenti, secondo le loro caratteristiche specifiche.

Ogni sacramento significa ed attua un aspetto di quell’alleanza, il cui frutto è la salvezza. In tale prospettiva si comprende che il matrimonio, pur basandosi su di una realtà naturale, acquisti una dimensione soprannaturale in questo disegno salvifico. Il matrimonio cristiano infatti, oltre a significare e ad avere come modello l’amore di Cristo verso la Chiesa, in un certo senso partecipa di quell’amore. Ecco perché san Paolo qualifica il matrimonio tra i battezzati come un “grande mistero” (Ef 5,32). Gli sposi cristiani, infatti, manifestano e sperimentano il fedele, indissolubile e fecondo amore di Dio per l’uomo e, più precisamente, l’unità di Cristo con la Chiesa. La loro vita matrimoniale e familiare diventa perciò un dono e una missione, una vocazione e un cammino di santità. La fedele unità vissuta dagli sposi diviene, a sua volta, un segno dell’amore di Dio e della sua alleanza con gli uomini.

La missione dei coniugi è di primaria importanza sia per la società sia per la Chiesa. La reciproca donazione e fedeltà tra gli sposi, così come la procreazione e l’educazione dei figli, contribuiscono all’edificazione della Chiesa nel “grande combattimento tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra l’amore e quanto all’amore si oppone” (Lettera alle famiglie, n. 23). La Chiesa riverbera infatti l’amore — o l’egoismo — della coppia. Non ci sono quindi due relazioni, una verso Cristo e il suo Corpo, l’altra verso il coniuge, ma un’unica relazione. Ecco perché Cristo ha voluto conferire al matrimonio la dignità sacramentale e offrire così agli sposi lo speciale aiuto della sua grazia.

Affinché gli sposi siano permeati dalla grazia sacramentale, che li aiuterà nella loro avventura, è necessario che giungano al matrimonio preparati e in grazia di Dio. Per questo la Chiesa “raccomanda vivamente agli sposi che, per ricevere fruttuosamente il sacramento del matrimonio, si accostino ai sacramenti della penitenza e della santissima Eucaristia” (Codice di Diritto Canonico, c. 1065 §2).

4. Il matrimonio: cammino di santificazione

Per chi ha fede, la vita matrimoniale è un cammino di perfezione e di pienezza di vita cristiana, vera vocazione divina, chiamata alla santità nell’amore e nella fedeltà al coniuge, nella dedizione ai figli e negli altri rapporti che sorgono intorno alla famiglia. San Josemaría Escrivá era solito dire alle persone sposate: “Il vostro cammino verso il cielo ha un nome, quello del vostro coniuge”. Leggiamo in una sua omelia: “La fede e la speranza si devono manifestare nella serenità con cui si affrontano i problemi piccoli o grandi che sorgono in ogni famiglia e nello slancio con cui si persevera nel compimento del proprio dovere. In tal modo ogni cosa sarà permeata di carità: una carità che porterà a condividere le gioie e le eventuali amarezze; a saper sorridere dimentichi delle proprie preoccupazioni per prendersi cura degli altri; ad ascoltare il proprio coniuge e i figli, dimostrando loro che li si ama e li si comprende davvero; a superare i piccoli attriti che l’egoismo tende a ingigantire; a svolgere con un amore sempre nuovo i piccoli servizi di cui è intessuta la convivenza quotidiana” (Il matrimonio, vocazione cristiana, in È Gesù che passa, n. 23).

Sarebbe perciò fuori strada chi cercasse di costruire una vita spirituale al margine della propria relazione coniugale e familiare, poiché è proprio nei piccoli doveri e sacrifici quotidiani per portare avanti la famiglia che si deve scoprire la volontà di Dio e quindi le occasioni di santificarsi, di amarsi come Cristo ci ama, come ha amato la Chiesa sacrificandosi per essa.

Ogni volta che compiamo un gesto concreto d’amore, stiamo riflettendo l’immagine del Padre, fonte dell’amore eterno, e del Figlio che si dona al Padre, e del suo Spirito, l’Amore increato. È il suo Spirito che ci sospinge e ci insegna ad amare come Cristo ha amato la sua Chiesa, con un amore totale, fedele e imperituro.

L’amore di Cristo è fedele, irrevocabile, incondizionato. Lui non ci ama per le nostre qualità, ma con le nostre qualità e malgrado i nostri difetti. Il suo amore è esclusivo e personale: a Lui non importa la massa, ma la singola persona. Così si caratterizza anche l’amore coniugale: una comunione di vita feconda di un uomo con una donna, un amore pertanto che è per essenza totale, indissolubile ed esclusivo.

Inoltre, come l’amore di Cristo, anche quello degli sposi è chiamato ad aprirsi, a essere apostolico; la coppia non deve rinchiudersi in sé stessa, considerando il proprio amore come un affare privato: il mondo, la società, la Chiesa hanno bisogno del loro amore.

V. Come coltivare giorno per giorno l’amore coniugale?

Il matrimonio è ciò che ciascuno dei coniugi sa costruire, giorno per giorno. La vita matrimoniale non è una situazione statica, ma uno sviluppo: una sorgente che offre abbondanti risorse per maturare, per migliorare e superare tante difficoltà. La cerimonia nuziale è un evento unico nella vita, ma il matrimonio è un processo continuo. L’amore coniugale va riscoperto, alimentato e reinventato ogni giorno.

Il matrimonio è ben diverso, per esempio, dall’acquisto di una casa: una volta pagato il prezzo, la si possiede integralmente, dalla cantina al solaio, compreso il terreno, i muri e il tetto. Nel caso del matrimonio, invece, il consenso scambiato il giorno delle nozze è solo la prima pietra di un edificio, il primo passo di un cammino. Edificio e cammino da fare insieme, difficoltà da affrontare e superare con il continuo aiuto della grazia di Dio. Un amore che diviene fedeltà vissuta giorno dopo giorno, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nei momenti lieti e in quelli di dolore.

Il sì pronunciato all’altare dev’essere ripetuto dai coniugi nella vita di ogni giorno, perché le nozze non sono che l’inizio di un cammino che va poi percorso passo a passo. Anche se l’entusiasmo dei primi tempi della “storia d’amore” andrà via via mutando tono, ciò non significa che l’amore vada spegnendosi: è solo un cambio di stagione. Attraverso le diverse circostanze della vita, l’amore si può consolidare.

L’amore fra i coniugi cresce nella pratica giornaliera di tante virtù, che creano altrettante occasioni per rendere vera la loro reciproca donazione: affabilità, tenerezza, comprensione, generosità, pazienza, buon umore, ottimismo, serenità, tatto, puntualità, delicatezza nel rapporto, capacità di perdonare, di ascoltare, di adattarsi, di tollerare… Evidentemente, se mancano queste virtù, sono presenti i relativi difetti: asprezza, intolleranza, freddezza, piccineria, irritabilità, malumore, pessimismo, rozzezza, inaffidabilità…

Se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, rimane comunque la seconda metà e, nel caso del matrimonio, essa è di solito la più difficile, quella in cui tutto viene messo alla prova. E se talvolta qualcuno avesse l’impressione di non amare più il suo coniuge, non per questo potrebbe considerare dissolto il suo matrimonio: il vincolo rimane, e con esso il matrimonio, come una chiamata con esigenze ben precise che cercheremo di delineare nei prossimi capitoli.

1. Con la pazienza di un buon giardiniere

Con la pazienza, la premura e l’attenzione di un buon giardiniere: così va coltivato l’amore coniugale. Come le piante, esso è vivo se cresce! Non lo si può conservare a lungo in un congelatore o sotto una campana di vetro: o cresce o muore o, nel migliore dei casi… si sta mummificando. Il nemico più insidioso è l’abitudine, cioè il perdere il desiderio della creatività originaria, perché allora quell’amore finirà col raffreddarsi e morire tristemente.

È un processo a volte lento, spesso quasi impercettibile agli inizi, le cui conseguenze vengono avvertite quando il logorio è ormai quasi irreparabile. Se si vuole evitare questa spiacevole parabola discendente ciascuno dei coniugi dovrà cercare il modo di conquistare ogni giorno l’amore dell’altro. L’amore si nutre di tanti piccoli gesti e attenzioni, con un sorriso e anche con un po’ di furbizia, evitando tutto ciò che si intuisce, o si sa per esperienza, che all’altro dispiace — pur essendo di per sé un’inezia — e cercando invece ciò che può rallegrarlo.

Per esempio, la puntualità. Quante volte il marito minaccia la moglie di rinunciare ad uscire se non si spiccia a vestirsi o a fare ordine? Ci sono mogli che sanno anticipare con tanta abilità le faccende domestiche che poi, in quattro e quattr’otto, sono pronte.

Evidentemente questo discorso vale né più né meno per i mariti. Come si può pretendere che la moglie, dopo aver riscaldato per tre volte la cena, accolga il marito con un sorriso? Qualche volta sopravviene un imprevisto urgente, ma in quanti altri casi il ritardo è causato da un capriccio, dal disordine, dalla pigrizia; in fin dei conti, dall’egoismo e dalla mancanza di attenzione nei confronti della moglie.

Anche nella vita sessuale della coppia le piccole attenzioni e tenerezze hanno un’importanza decisiva, se non si vuole che l’atto coniugale si banalizzi e si riduca alla mera soddisfazione di un impulso. Il linguaggio del corpo deve coinvolgere tutta la persona e diventare “dialogo dei corpi”.

Lei non dovrà smettere di coltivare il proprio fascino e l’eleganza. Come dice bene un proverbio, “Se la moglie non si trascura, il marito non cerca l’avventura”. Ma anche il marito non deve trascurare né il suo aspetto fisico, né una certa eleganza.

La principale tentazione dell’uomo è di solito quella del lavoro professionale nel quale tende a riversare tutte le sue energie sospinto dal desiderio di affermazione personale. E, come se fosse la cosa più normale del mondo, scarica tutto il peso della casa e dei figli sulle spalle di lei.

Vedremo altri aspetti più avanti parlando della comunicazione, delle virtù della vita coniugale e dell’educazione dei figli. Prima di offrire qualche consiglio più specifico per le mogli e per i mariti, ricapitoliamo qualche idea:

  1. L’amore sponsale non è un mero sentimento, ma una donazione totale, definitiva ed esclusiva. Essere fedeli significa, di conseguenza, rinnovare il proprio “sì” anche quando costa fatica.
  2. Il coniuge va riconquistato ogni giorno, non dimenticando che le nozze non sono che la prima pietra di un edificio che va costruito insieme.
  3. L’amore si nutre di piccoli gesti e attenzioni. Evita perciò quelle piccole cose che infastidiscono il coniuge e cerca invece quanto lo rallegra.
  4. Sposandoti hai liberamente accettato l’altro così com’è, con i suoi limiti e difetti, ma ciò non significa rinunciare ad aiutarlo a migliorare: l’importante è supportare (dare sostegno) non sopportare.
  5. Non lasciarti assorbire tanto dal lavoro, dalle relazioni sociali, da un hobby… da non trovare più il tempo per stare con il tuo coniuge.
  6. Prendi le decisioni familiari insieme al tuo coniuge e se poi hai seguito la sua volontà, non rinfacciarglielo ogniqualvolta ne sorgesse un inconveniente.
  7. Rispetta una ragionevole autonomia e libertà dell’altro, riconoscendo per esempio il suo diritto di coltivare un interesse personale. Non lasciarti trascinare dalla gelosia che è anzitutto una dimostrazione di sfiducia nell’altro.
  8. Ricordati dell’importanza che hanno per la famiglia i momenti di festa.
  9. Tieni a bada i tuoi genitori, non permettendo loro di intromettersi nel vostro ménage. Qualche volta sarà conveniente chiedere un aiuto, ma ricordati che “patti chiari, amicizia lunga”.
  10. Non avere troppa paura di litigare, ma impara anche a riconciliarti, seguendo il “decalogo del buon litigante” che trovi nel prossimo capitolo.

2. La “manutenzione” del marito (consigli alle mogli)

Il primo compito della moglie, per il bene di tutti, è di tener vivo l’amore del marito nei suoi confronti: il marito va riconquistato ogni giorno!

Se l’aumentare degli impegni e delle preoccupazioni, la dedizione ai figli o al lavoro fuori di casa costringono la moglie a diminuire l’attenzione per il marito, la soluzione, la troverà — più che nella quantità di tempo da dedicargli — nei piccoli dettagli che prendono poco tempo, ma che rendono manifesto l’affetto.

Si interesserà, per esempio, al lavoro del marito, ai suoi progetti, alle difficoltà professionali. Evidentemente non è che debba intromettersi in ogni sua decisione, né pretendere di essere sempre al corrente di tutto, ma pur con la dovuta discrezione e prudenza, la moglie non può disinteressarsi di un àmbito così importante per il marito com’è, di solito, la professione. Se lo ama veramente è logico che le interessi tutto quanto interessa, entusiasma o preoccupa lui, anche la sua squadra del cuore.

A qualcuna potrebbe tornar utile rileggere, di tanto in tanto, questo promemoria:

  1. Ama tuo marito anche quando un altro uomo ti sembra essere più comprensivo, più gentile, più divertente….
  2. Non rovinare il rapporto con lui per cose che in un certo momento ti sembrano importantissime, ma che magari non lo sono tanto.
  3. Non assalirlo appena rientra a casa con i tuoi problemi, anche se è tutto il giorno che aspetti l’occasione di sfogarti con qualcuno.
  4. Preparagli quel suo piatto preferito quando intuisci che ne ha bisogno.
  5. Non tormentarlo con eccessi di gelosia.
  6. Non “divertirti a sedurre” gli uomini.
  7. Non lagnarti confidenzialmente con un amico delle carenze di tuo marito, perché questo potrebbe diventare il primo passo verso l’infedeltà: gli amici sono sempre “così comprensivi”!
  8. Non fingere una crisi di nervi, o sofferenze varie, per indurre tuo marito a fare ciò che tu vuoi.
  9. Cura anche il tuo aspetto esterno: il volto è come un’opera d’arte che col tempo ha bisogno di qualche sapiente restauro.
  10. Non invidiare le altre mogli e non portare a esempio gli altri mariti.

3. La “manutenzione” della moglie (consigli ai mariti)

Ci sono mariti che sembrano dedicare più attenzioni alla propria macchina che alla moglie. E quante volte l’impegno profuso per migliorare la posizione professionale non supera quello posto per mantenere vivo e accrescere l’amore della sposa?

Un po’ alla volta si è giunti a un pieno riconoscimento della uguale dignità della donna, dei suoi diritti e a una maggior consapevolezza della sua importante funzione nella società; nessuno più si sorprende che una donna eserciti un’attività professionale e ricopra anche ruoli di grande responsabilità. Notevoli sono a questo proposito i continui richiami di Papa Giovanni Paolo II che ritiene indispensabile per la nostra società l’apporto creativo e sensibile del sesso femminile.

Una tale donna è stimata, ascoltata, ben pagata, ha le sue vacanze… Ora può succedere che, il giorno in cui si sposa e incomincia ad avere figli, per potersi occupare di loro e della casa, debba rinunciare, almeno in parte, alla carriera; nella vita di mamma e di casalinga sono improvvisamente spariti il tempo libero, la stima degli altri, la paga cospicua, le vacanze… Ma è proprio un destino ineluttabile?

Evidentemente col ménage domestico la settimana di 40 ore lavorative non sarà facilmente compatibile, ma chi si dedica al lavoro domestico, alla cura e all’educazione dei figli – che costa non poca fatica e pazienza –, merita altrettanta o più stima di quella che si è pronti a riconoscere a una donna dalla brillante carriera professionale. Il marito, oltre ad apprezzare esplicitamente le prestazioni domestiche della moglie, deve cercare di alleviarle il peso di qualche faccenda, soprattutto nei momenti critici: quando arrivano le feste, prima e dopo la nascita di un figlio, ecc. Ci sono giorni in cui una donna si sente particolarmente stanca; come gradirà allora se il marito, con tutta semplicità, le darà una mano…

Ed ecco un promemoria anche per il marito:

  1. Ama tua moglie più di ogni altra donna, anche quando ti passa accanto una top-model.
  2. Non lamentarti con tua moglie del lavoro, ma interessati dei suoi problemi e di quelli dei figli.
  3. Scriviti grande nell’agenda la data delle nozze, del compleanno di tua moglie e degli altri anniversari che le stanno a cuore.
  4. Non dimenticare che tua mamma è la suocera di tua moglie; cerca perciò di prevenire gelosie e di evitare sue ingerenze.
  5. Non aver vergogna di dire a tua moglie che le vuoi bene, anche se “già lo sa”, e dimostraglielo interessandoti, per esempio, al suo lavoro, alla sua salute, o sorprendendola di tanto in tanto con l’omaggio di quei fiori o di quel dolce che ama particolarmente.
  6. Non cadere nella vile banalità di pensare che l’infedeltà dell’uomo è meno grave di quella della donna e non lasciare l’anello nuziale nel cassetto con la scusa che ti stringe il dito.
  7. Convinciti che l’impresa più importante della tua vita è la tua famiglia: la moglie e i figli. Non pensare perciò che sia sufficiente portare a casa i soldi per vivere.
  8. Quando torni a casa incomincia ad aiutare tua moglie, poi, se ti resta tempo, leggerai il giornale.
  9. Per amore a tua moglie non trascurare il tuo aspetto fisico e cura una certa eleganza anche quando sei in casa.
  10. Trova il tempo necessario da dedicare alla moglie e ai figli, rinunciando a interessi o comodità personali.

4. Amare il coniuge malgrado i suoi difetti

A nessuno verrà in mente di dire: “Ti amo e ti sarò fedele a patto che tu non abbia difetti”. Non sarebbe una dichiarazione d’amore, perché sarebbe come dire: “Ti amo a patto che tu non sia una persona reale”. Chi fosse disposto a donarsi solo a una persona immaginaria, in realtà non sarebbe disposto ad amare. “Ti amerò a patto che tu non abbia difetti” vuol dire infatti: “Ti amerò a patto di non dovermi sforzare”, ma questo non è che egoismo. Occorre quindi amare (e non solo sopportare) il coniuge così com’è.

Quando ci si sposa si vive di solito, chi più chi meno, in un’illusione. Durante il fidanzamento ognuno si sforza di piacere all’altro e di apparire sotto il profilo migliore. A ogni incontro gli occhi di entrambi brillano di gioia, come a dire: “Tu vali per me più di ogni cosa al mondo”; stare insieme sembra un’oasi di felicità in mezzo a un mondo noioso.

Ma passato qualche anno di matrimonio, a poco a poco tutto cambia. Le ore festose diventano rare e regna il tran-tran quotidiano. Si è come si è. Il tempo del fidanzamento con le feste e le vacanze trascorse allegramente insieme è finito: adesso bisogna imparare ad amarsi nella vita quotidiana, bisogna aiutarsi a renderla amabile.

Alle virtù dell’altro ci si abitua subito; ben diversamente succede invece con i difetti: indispongono, irritano, ci si sente defraudati, perché durante il fidanzamento non ce ne eravamo accorti. E invece è proprio qui il punto cruciale, la prova del vero amore: occorre sapere amare l’altro così com’è, anche con i suoi difetti; in un certo senso si può dire: “Amando anche quei difetti”, perché sono difetti di una persona amata. Ciò non impedisce che, al tempo stesso, si cerchi con affetto, comprensione e pazienza, di aiutare l’altro a superarli, almeno i più ingombranti, ma senza irrigidirsi, senza astio, senza smania di cambiarlo e senza lasciarsi prendere dal “furore pedagogico”.

Ognuno si sforzerà di correggere i propri difetti e cercherà di scoprire le virtù che l’altro porta dentro e che gli dona. L’amore le rivela e ricolma di riconoscenza.

5. Si può anche cercare di adattarsi l’uno all’altra

Niente di più normale del fatto che ognuno abbia le proprie abitudini, i propri gusti, i propri hobby, i propri amici… e i propri genitori. Ma è anche evidente che la vita di coppia, e più ancora quando nascono dei figli, ha le sue esigenze: esigenze che non possono essere messe sullo stesso piano di altri impegni o divertimenti, ai quali, comunque, per un motivo o per l’altro, bisogna spesso rinunciare. Si potrebbe cercare di risolvere simili difficoltà patteggiando con il coniuge: “Se tu mi accompagni a vedere la partita, poi andiamo insieme a teatro…”. È un modo di fare che magari andrebbe bene in sede “commerciale”, ma non per la vita coniugale, che nasce dall’impegno d’amore preso sposandosi. Lo sforzo di un coniuge per adattarsi alle abitudini e al carattere dell’altro fa parte della donazione reciproca; ciascuno si sforzerà perciò di trasformare un po’ alla volta ciò che ostacola il processo di fusione della vita di coppia, cercando di sviluppare interessi comuni e di scoprire nuove attività da svolgere insieme. Quante volte la scelta di un hobby o di uno sport invece di un altro è dovuta a criteri fortuiti, o semplicemente all’amicizia. Perché allora non cambiare, e scegliere un altro passatempo per amore del coniuge e della famiglia?

A volte si sentono dei giovani sposi lamentarsi e spiegare le loro difficoltà matrimoniali dicendo: “Siamo così diversi”! Il che può voler dire che lui, per esempio, è mattiniero, si alza presto, accende la radio, fa scrosciare l’acqua del bagno… e non riesce a capire che gusto trovi lei a poltrire ancora a letto, non capisce che possa essere ancora stanca, che abbia un diverso bioritmo e che tutto quel rumore possa irritarla. Poi la sera accade il contrario: è lei che ha una gran voglia di attività, mentre lui se ne va a letto e, appena coricato, si addormenta come un sasso. Di simili difficoltà se ne scoprono sempre tante, come quella del dormire con le finestre chiuse o aperte, la tendenza alla previdenza o all’improvvisazione, la parsimonia o la prodigalità e via dicendo.

Difficoltà per niente insuperabili, ma che, sommate a tante altre piccole manie, abitudini quasi irrinunciabili, attaccamenti, ecc., finiscono a volte per far traboccare il vaso e per provocare una piccola tragedia che sembra irrimediabile, mentre non lo è affatto. Basta un po’ di pazienza, di buon umore e soprattutto di amore per riuscire a sacrificarsi un poco e ad accettare qualche rinuncia senza per questo sentirsi né vittima, né santo, e senza timore di perdere la propria personalità.

Un pericolo serio viene, a volte, dal rapporto con le rispettive famiglie di origine, specialmente quando il vincolo familiare è rimasto per l’uno o per l’altra, o per entrambi, un po’ eccessivo, magari anche materialmente. Una simile condizione di eterni figlioletti può costituire un intralcio non indifferente per lo sviluppo armonico della vita di coppia: specialmente agli inizi essa ha infatti bisogno di una certa indipendenza per poter prendere forma e consolidarsi. Portare troppo spesso l’esempio di “mia madre” o “mio padre” è esasperante. Il “noi due” dovrebbe aver più peso che “i miei”, “i tuoi”

6. Quelle piccole cose così importanti per la convivenza

La convivenza matrimoniale è intessuta da innumerevoli minuzie che, se preziose, la possono arricchire, ma anche avvelenare, se inquinanti. Dipende dalla capacità, sviluppata da ciascuno dei coniugi, di vincere il proprio egoismo per aprirsi ai desideri dell’altro. Bisogna saper vedere e sentire le necessità dell’altro come proprie.

Se, per esempio, il marito, dopo trent’anni di serate trascorse davanti al televisore, dice alla moglie: “Che ti pare se questa sera facessimo qualcosa di speciale?”, nella mente di lei si affaccia per un istante la speranza di un bel giro in città. “Fantastico!”, esclama. “Che si fa, usciamo?”. “No. Facciamo cambio di poltrona”. Si tratta evidentemente di u­na coppia che è tenuta insieme dal televisore, non dall’amore

Le necessità dell’altro sono di solito quelle di venire ascoltato, compreso, accolto con affetto. In francese si dice: “C’est le ton qui fait la musique”…

Una leggenda persiana racconta che un califfo mandò il suo maggiordomo a cercare per tutto il suo regno la cosa più dolce e quella più amara. Il maggiordomo comprò una lingua e la servì. Il califfo la degustò con piacere. Poi aspettò la cosa più amara, ma il maggiordomo gli portò di nuovo una lingua. Sì, disse al califfo esterrefatto: nel mondo non c’è niente di più dolce che la lingua, e niente di più amaro.

La dolcezza non significa che si debbano intessere elogi artificiosi: si manifesterà nel tono della voce e in quei piccoli commenti che sorgono quasi spontanei e naturali quando c’è un vero interesse e affetto per l’altro. Così, se quando lui torna a casa stanco dal lavoro, invece di lagnarsi: “Che giornata infernale!”, dice, per esempio: “Ah, come si sta bene a casa dopo certe giornate!”; oppure: “Fa caldo eh?, hai faticato anche tu a lavorare?”; oppure ancora: “Sai che ti trovo carina? Sei stata dalla parrucchiera?”, ecco già avviato con tutta semplicità un dialogo che dà allegria e riposa. Ma a condizione che lei, sentendosi dire: “Come si sta bene in casa”, non risponda, per esempio: “Questo lo dici tu che sei fuori tutto il giorno, ma quando si è sempre in casa, si desidera uscire qualche volta. Non capisci?”… E così via.

7. Prendere le decisioni insieme e farle proprie

Ormai la parità dei coniugi in tutti i problemi familiari è un fatto accettato: le decisioni che incidono in modo importante sulla vita familiare devono quindi, per giustizia, essere prese di comune accordo.

Nella pratica, le cose non sono però così semplici; da una parte c’è sempre una propensione a considerare determinate questioni competenza più di uno che dell’altro, ma ciò che provoca le maggiori difficoltà è sempre l’amor proprio che vien fuori al momento di imporre le proprie opinioni. Una regola d’oro per evitare che tali frangenti alterino l’armonia coniugale è discutere, e magari anche litigare (cercando però di seguire il decalogo del “buon litigante”), prima di prendere una decisione, ma poi, una volta presa, saperla far propria anche se un’altra ci sarebbe piaciuta di più. Un simile modo di fare non è debolezza, né stupidità; ma anzi dimostrazione di spirito sportivo e, soprattutto, di amore verso il coniuge e verso i figli.

Supponiamo, per esempio, che si debba cambiare città per ragioni di lavoro del marito. Forse l’ultima decisione spetterà in tal caso a lui, non però senza aver prima ascoltato e soppesato tutte le ragioni della moglie ed eventualmente dei figli. Se poi il trasferimento si dimostrerà evitabile e quindi verrà concordemente escluso, il marito farà sua la decisione presa e non continuerà e recriminare alla moglie la scelta dicendo: “Vedi, se mi avessi dato retta e avessimo cambiato città…”. Se invece si arrivasse a decidere di traslocare e poi i figli incontrassero qualche difficoltà, la moglie non salterà su pronta a lamentarsi con il marito, dicendo: “Vedi, te lo avevo detto…”, ma saprà sorridere e incoraggiare i figli perché superino le difficoltà iniziali. In tal modo la decisione presa, anche se non si dimostrasse poi la più adeguata, costituirà per i coniugi un segno tangibile di unità e di amore, che sicuramente sono molto al di sopra degli inconvenienti che possono sorgere da una determinata decisione.

8. Linee di sviluppo della relazione coniugale

Sono tre i fattori decisivi nello sviluppo di una buona relazione coniugale: comprensione empatica, coerenza e apprezzamento. Lo si è già visto negli esempi riportati nei paragrafi precedenti; ora cerchiamo di schematizzare le linee lungo le quali guidare la vita quotidiana di una famiglia.

La comprensione empatica in una relazione coniugale ha questo significato: ognuno dei due coniugi si preoccupa di vedere le cose dal punto di vista dell’altro. Non però mettendosi al suo posto per vedere le cose con la medesima visuale, magari offuscata da una particolare situazione emotiva contingente, quanto piuttosto per conoscere meglio le cause dei suoi sentimenti o dei suoi pensieri, manifesti o nascosti. Per esempio, non è comprensione empatica vedere il coniuge triste e diventare a propria volta tristi, quanto rendersi conto del perché è triste grazie alla conoscenza che si ha di lui: sarà così possibile scoprire che cosa gli ha causato tristezza, e una volta comprese le ragioni sarà possibile intervenire nel modo appropriato, che sarà differente di volta in volta a seconda delle cause. Diverso è infatti se la tristezza nasce da qualche cosa che ha fatto oppure da qualche cosa che ha tralasciato di fare; se è conseguenza di quel che gli ha fatto un’altra persona o se nasce da ciò che un’altra persona non gli ha fatto, e così via. Dunque, per poter agire al meglio nel loro reciproco aiuto i coniugi devono essere capaci di obiettiva immedesimazione, così che la maturazione della comunicazione tra loro dipenderà in gran parte dall’impegno di ciascuno a capire il punto di vista dell’altro: entrambi dovranno riconoscere nell’altro la capacità di comprendere i suoi sentimenti, e anche ciò che non viene esplicitamente detto. Laddove questa capacità manca, o è insufficiente, proba­bilmente il coniuge penserà dell’altro: “Osserva quel che faccio, però solo dal suo punto di vista”; “Può darsi che capisca quello che dico, ma non capisce il mio stato d’animo”; “A volte crede che io pensi in un certo modo, ma è lui che pensa così”; “Non fa caso alla mia sensibilità”; “A volte pensa che certe cose per me siano importanti, e invece…”.

Sono, come si vede, esempi di una certa carenza nella comunicazione tra i coniugi, che possono provocare sentimenti di risentimento, di insicurezza e di sfiducia nei confronti dell’altro, tali da instillare dubbi sul suo vero amore.

La comprensione empatica è dunque la via verso una maggiore intimità tra i coniugi, che deriva proprio da una più profonda comunicazione, vale a dire dalla messa in comune di sé stessi: quell’andare all’unisono che dovrebbe scaturire dal fatto che non si è più due, ma una cosa sola. Naturalmente ci saranno sempre dei limiti, dovuti alla nostra natura umana, e la comprensione non sarà mai perfetta: tuttavia lo sforzo, la tensione a cercare di migliorarla sempre — di lì si sviluppa l’amore —, saranno di gran lunga più forti degli intoppi che si potranno incontrare lungo la via.

L’apprezzamento nella relazione coniugale va più in là del significato letterale del termine. Apprezzare vuol dire riconoscere il valore di qualcuno o di qualcosa, ma nel matrimonio non basta riconoscere il valore del coniuge, bisogna anche dimostrare il proprio apprezzamento: l’assenza di questa dimostrazione di stima comunica infatti indifferenza o disprezzo. È opportuno sottolineare che, al di là del valore determinato da certe qualità — laboriosità, allegria, sincerità e altro —, il coniuge possiede un valore illimitato in quanto non solo persona umana, ma anche in quanto, appunto, coniuge: già questo, il fatto cioè di essere la persona che ha donato la vita all’altro e alla quale l’altro ha donato la propria, dovrebbe garantire un reciproco apprezzamento di fondo indipendentemente dalle qualità. Dovrebbe costituire una specie di pregiudiziale all’ottimismo che permette di vedere i mezzi bicchieri sempre mezzi pieni, e mai mezzi vuoti. Apprezzare una persona, in quest’ottica, significa confidare nelle sue capacità di migliorare, di poter dare domani più di quanto ha dato oggi. Bisogna coltivare una sana capacità di stupore per scoprire la ricchezza sempre nuova della persona del coniuge. L’errore che di solito si commette — con il coniuge come con i figli, e come con ogni altra persona — è quello della “schedatura”: è pigro, è lento, non sa riparare niente, si alza sempre tardi, è pasticcione, è disordinato. Queste definizioni, anche se espresse con la massima buona fede e con grandissimo affetto, di fatto mancano di rispetto alla persona, congelandola in una condizione che si dà per scontato senza via di uscita. Non le riconosciamo capacità di miglioramento. Sarebbe molto meglio dirsi: che cosa posso fare perché tu sia meno pigro, lento, disordinato? Inoltre, l’apprezzamento fa considerare la persona nel suo insieme: se mi limitassi a un apprezzamento fisico ridurrei la persona a corpo; allo stesso modo, apprezzando la moglie solo come madre di famiglia, la riduco, negandole le sue qualità di amica, di moglie, di lavoratrice… E lo stesso vale per l’apprezzamento del marito come gran lavoratore: e il suo essere padre, marito, amico? Quel che nell’apprezzamento deve risaltare è la persona, non un suo ruolo o qualità. È bene, in tal senso, che i coniugi non siano legati a un modello astratto di marito o di moglie: il modello non rispetta la persona in tutta la sua ricchezza e nelle sue possibilità di miglioramento; ciò sarà tanto più possibile quanto più sarà stata superata la fase di idealizzazione, in quanto al coniuge ideale vengono attribuite tutte le qualità che il proprio modello esige. Avere invece un’affettuosa, piena comprensione della persona del coniuge con i suoi punti di forza e i suoi limiti, allontana — anche se non potrà mai del tutto eliminare — le insidie della sua identificazione con un modello preconfezionato, che certo non giova a un sano sviluppo del matrimonio.

Quali sono i campi in cui, nella quotidianità, si possono verificare mancanze di apprezzamento? Eccone qualche esempio: non ascoltare le opinioni dell’altro, che equivale a disprezzarne le capacità di ragionamento; non informare o coinvolgere in certi argomenti, per esempio quello economico, pensando che l’altro non sappia o non possa capire; non riconoscere nell’altro determinate capacità.

Se il livello di apprezzamento è elevato, il coniuge si sentirà stimato e amato, e sarà propenso a sua volta a ricambiare con atti di amabilità e attenzione. Viceversa impazienza, insofferenza o disprezzo provocheranno rifiuto, allontanamento e crisi.

Essere coerenti significa agire in accordo con quel che si pensa e si sente, il che, nella vita matrimoniale, va messo in pratica tenendo conto della persona con la quale si è in relazione: una coerenza che non tenesse conto della finalità o della natura della relazione non sarebbe coerenza, ma cocciutaggine; ci sono casi nei quali lo stato emotivo del coniuge esige che si lasci trascorrere un periodo di tempo, anche lungo, prima di proporre una correzione…

Il matrimonio è un’unione in profondità: tutto ciò che la ostacola influisce negativamente sulla vita dei coniugi; tutto ciò che la favorisce, la cementa e la rende più felice.

VI. La comunicazione nella coppia

La felicità di un matrimonio è affidata più che ai grandi, improbabili eventi, alla minuta, banale quotidianità. Un matrimonio si costruisce anche avendo cura di come ci si accoglie la sera, di come ci si parla al telefono, di non brontolare per la pasta insipida, per le camicie non stirate, per il giornale che non si trova, per i cassetti aperti, per il caffè finito…

Uno dei sintomi da valutare con attenzione nella vita di coppia è la comunicazione. Dopo gli anni spensierati della fanciullezza giunge l’adolescenza, e con essa si sperimentano le prime difficoltà nel comunicare: si tende a chiudersi in sé stessi, si diventa suscettibili e gelosi della propria indipendenza; sembra di riuscire a comunicare solo nella cerchia degli amici, ma anche lì ognuno rappresenta solo un suo personaggio in cerca di prestigio. La solitudine è un’esperienza che ognuno, chi più chi meno, ha fatto qualche volta nella vita, e con la solitudine giunge la tristezza, spesso celata dietro una posa di “serietà”. Anche Adamo, prima della creazione di Eva, sperimentò questa solitudine; “non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gn 2,20); accolse quindi la donna come un dono incomparabile e, scoprendo in lei qualcuno con cui poter comunicare, disse esultando di gioia: “Questa sì che è carne della mia carne e osso delle mie ossa” (Gn 2,23).

Ecco l’esperienza che dovrebbe avverarsi in ogni vita matrimoniale: la comunicazione aperta e profonda con il proprio coniuge quale fonte di gioia, di pace, di superamento della solitudine.

Nel matrimonio, comunità di vita e d’amore, la comunicazione fra i coniugi è fondamentale: la vita coniugale non può ridursi all’incontro di due corpi, senza più quello dei cuori.

1. Quando e perché la comunicazione decade

Proprio perché non è un semplice conversare, la comunicazione può risultare difficile: comunicare vuol dire infatti condividere, rendere partecipe l’altro dei propri sentimenti, delle proprie necessità, gioie e speranze; mettersi profondamente in contatto con l’altro per conoscersi fino in fondo. Si può anche parlare molto senza comunicare; si può parlare di sport, di moda, di denaro o di pettegolezzi sui vicini senza comunicare ciò che si vive dentro. C’è gente tanto loquace quanto gelosa della propria intimità.

Gli esperti dicono che “la comunicazione è il rumore di fondo della relazione”: l’espressione verbale e corporea con la quale ci mettiamo in contatto con gli altri sottintende infatti il costruirsi di una relazione. Il ragazzo che chiede alla ragazza: “Vieni a mangiare una pizza con me sabato?”, non sta chiedendole solo “dove andiamo? A che ora ci troviamo? Che pizza vuoi prendere?”, ma sta soprattutto chiedendole: “Mi trovi alla tua altezza? Mi consideri degno di uscire con te?”. Allo stesso modo i genitori quando pongono al figlio la domanda più frusta e banale, “Come è andata oggi a scuola?”, non stanno chiedendogli: “Che cosa ti ha spiegato la prof. di matematica”, quanto piuttosto: “Ti sei comportato bene o mi hai fatto fare cattiva figura?”. Per avere una comunicazione corretta bisogna perciò che la relazione sia corretta. Ma il circolo è vizioso, così come può essere virtuoso: una cattiva comunicazione provoca un deterioramento della relazione, come d’altra parte una buona comunicazione migliora la relazione.

La comunicazione tra i coniugi è dunque al tempo stesso una spia d’allarme e lo strumento per rinsaldare il rapporto. Chiedersi “come comunichiamo?” è il primo esame di coscienza dell’amore per i coniugi, perché un peggioramento della comunicazione presuppone e rivela un degrado del legame tra marito e moglie.

Purtroppo in tanti matrimoni la comunicazione è dapprima data per scontata, poi temuta: il colloquio personale viene spento, e i problemi evasi. Gli spazi vuoti vengono riempiti con la televisione, il giornale, un passatempo, il telefono… E soprattutto il lavoro (compreso quello di casalinga) può diventare un rifugio per evadere il colloquio a quattr’occhi.

A volte può risultare difficile parlare e comunicare con l’altro perché si è amareggiati, magari proprio per un suo comportamento; oppure si è depressi, tristi o si ha paura di venir presi in giro se si chiede un po’ di tenerezza, anche se se ne avrebbe tanto bisogno. Per vari motivi, ma soprattutto per orgoglio, evitiamo di mostrarci agli occhi dell’altro come veramente siamo, ma così si rimane in parte sconosciuti ed estranei l’un l’altro.

Ora presentiamo una breve rassegna di esempi di comunicazione molto frequenti in quasi tutte le famiglie. Questi messaggi non sono necessariamente patologici: patologica è la loro prevalenza, o esclusività.

È facile che dopo i primi anni — forse solo mesi — di matrimonio la comunicazione verbale in una coppia diminuisca, e aumenti invece quella “dei fatti”: la stessa presenza dei figli diventa al contempo catalizzatore e alibi di questa trasformazione, che dev’essere controllata con grande cura.

Io faccio per te tante cose, tu fai per me tante cose. Talvolta i coniugi non hanno nemmeno il tempo di parlarsi, perché c’è sempre qualcosa da fare, soprattutto se ci sono dei bambini. Sotto le apparenze di un comportamento generoso si cela un errore: quello di dimenticare che la coppia deve essere sempre al primo posto, anche se il bambino ha la febbre. La famiglia si regge sull’unione tra i coniugi: un buon rapporto tra marito e moglie, oseremmo dire, garantisce un’ottima famiglia; se invece con il pretesto dei figli l’unione si sfilaccia, prima o poi anche la famiglia si snerverà, fino a spezzarsi. Un esempio? Lo troviamo sulle pagine di un quotidiano, Il Corriere della sera, che annotava con ironia come il miglior spot contro il divorzio, caso mai dovesse darsi un nuovo referendum, sarebbe la trasmissione Amici condotta da Maria De Filippi: sono infatti sempre conseguenza di una separazione tra coniugi le situazioni più atroci di conflitto tra genitori e figli, di carenze educative, di adolescenze bruciate.

Torniamo a noi: dopo i primi anni di matrimonio, dicevamo, la comunicazione verbale può deteriorarsi, farsi pragmatica, ferma alle contingenze, chiusa nei sottintesi: così non c’è nemmeno più da dire grazie… “Fa freddo in questa stanza”. Tu chiudi la finestra e lui pensa: “Io non ti ho chiesto niente, e quindi non ti devo nemmeno ringraziare”.

Si evita di esprimere fino in fondo il proprio pensiero e non si passa al piano affettivo. “Non mi sta più bene questo vestito. Non ho niente da mettermi”. E lui pensa: “Stai fresca se pensi che ti regali un abito, hai gli armadi pieni”. “Quest’anno mi regali… No anzi, lo compro io così non sbagli”. Al telefono: “Come stai?”. “Sto qui”. “Ti ho chiesto come stai”. “Come vuoi che stia?”.

Nel suo bel saggio Intelligenza emotiva per un figlio John Gottman descrive la spirale negativa “di interazioni, emozioni e atteggiamenti” che spesso porta le coppie al divorzio: “Questo crollo avviene di solito in quattro prevedibili fasi, che definisco “i quattro cavalieri dell’Apocalisse”. In quanto araldo della catastrofe, ogni cavaliere apre la strada al successivo, sgretolando la comunicazione e facendo sì che i coniugi concentrino sempre più la loro attenzione sul fallimento dell’altro e del proprio matrimonio”. Questi quattro cavalieri sono la lagnanza, il disprezzo, la reazione difensiva e il muro di silenzio. Evidentemente il clima che ognuno di questi flagelli crea intorno a sé finisce per far danno anche ai figli, innescando in loro una disposizione all’egoismo e all’incomunicabilità per effetto dei miasmi respirati nell’ambiente formativo principe: la famiglia.

Vediamo uno per uno questi quattro disastri, col duplice scopo che la loro individuazione permetta una correzione di rotta e che sia evidente fin da subito l’antidoto del caso.

La lagnanza è una critica negativa, che si esprime in una lamentela acida e irata invece che suggerire un miglioramento. La lagnanza attacca la persona, mentre la critica si rivolge a un comportamento. Ecco un paio di esempi:

“Come puoi spendere così tanto nei vestiti quando sai che dobbiamo pagare le bollette? Ti comporti da persona superficiale ed egoista” (negativo).

“Quando vedo che spendi tanti soldi nei vestiti, mi preoccupo per le nostre finanze” (positivo).

“Sei un irresponsabile a uscire tutti i fine settimana, lasciandomi sola in casa con i ragazzi: è ovvio che non ti interessa affatto la tua famiglia!” (negativo).

“Quando il venerdì sera, invece di tornare a casa, esci con i tuoi amici, io mi sento sola e ai ragazzi manca la tua presenza” (positivo).

La critica afferma un fatto, mentre la lagnanza è spesso espressione di un giudizio tagliente e affrettato sulla persona: si esprime in termini che coinvolgono l’intera persona, tendendo proprio ad accusare il coniuge — o il figlio — per tutta la sua esistenza; la critica invece, poiché vuole costruire, si appunta su un singolo episodio.

Si può scacciare questo primo cavaliere apocalittico riprendendo a considerare i fatti e non la persona, anche nel linguaggio.

Il disprezzo è una lamentela portata all’estremo, e ne costituisce il passo immediatamente successivo. Un coniuge che disprezza l’altro ha l’esplicita intenzione di ferirlo psicologicamente e, come dice Guitton, sappiamo ferire nel profondo coloro che amiamo proprio perché li conosciamo bene. Questo disprezzo nasce da disgusto per il comportamento del coniuge sommato alla volontà, forte, di vendicarsi: si delinea il quadro delle sue meschinità, delle sue debolezze vere o dei suoi torti presunti. È evidente che, raggiunto questo stadio, la strada dell’accordo diventa più difficile — anche se, va ribadito, non è mai impossibile —, poiché ci si sta costruendo un’immagine del coniuge svuotata di tutte le virtù e dove anzi ne è esaltata solo la mancanza, volutamente ingigantita dal risentimento. L’atteggiamento che si assume a questo punto non è quasi più di rabbia quanto di irrisione: Un coniuge può reagire alle espressioni di collera dell’altro in maniera noncurante e denigratoria, come per esempio correggendo la grammatica delle frasi che l’altro ha pronunciato mentre era in preda all’ira. Per scacciare questo cavaliere c’è bisogno di un grande sforzo di volontà, insistendo per sostituire le idee vendicative e mortificanti con pensieri positivi e calmi, più oggettivi, e che tengano nel giusto conto i lati buoni del coniuge, insistendo su ciò che di positivo aveva colpito in lui, in lei: in tal senso il fidanzamento è importante per mettere fieno in cascina. Perché le virtù che aiutano a scacciare questo cavaliere non sono la bellezza fisica o il fascino, ma qualità che non sfioriscono e che si conoscono col tempo, come la lealtà, la sincerità, la magnanimità.

La reazione difensiva è la risposta all’attacco del disprezzo. Ci si sente sotto assedio e quindi non ci si ascolta più, anzi si tende a prendere le distanze accusando l’altro, anche velatamente, degli insuccessi familiari: “Non è colpa mia se il bambino va male a scuola”. E si finisce col passare alle ritorsioni a fronte di ogni accusa.

Riprendiamo un esempio precedente:

“Come puoi spendere così tanto nei vestiti quando sai che dobbiamo pagare le bollette? Ti comporti da persona superficiale ed egoista!”.

“Certo, se tu guadagnassi di più, se mi avessi ascoltato e avessi cambiato lavoro quando te l’avevo detto, non mi costringeresti ad ascoltare queste tue meschinità!”.

La difesa spesso consiste nell’arroccarsi sulle medesime argomentazioni, cosa facile dal momento che non si ascolta più quel che l’altro ha da dirci. Ci si sente vittime innocenti e anche con il corpo si finisce per assumere atteggiamenti adeguati: piagnucolare, incrociare le braccia, giocherellare con la collana, voltare le spalle…

La chiave per superare questo flagello sta nello sforzarsi di ascoltare: nel rendersi disponibili verso il coniuge cercando di capire la ragione del suo risentimento e di superarla insieme con umiltà e buona volontà. L’amore vince tutto: anche una difesa a oltranza. Ci vuole pazienza e fortezza: non è banale il proverbio che attribuisce proprio ai forti la virtù della pazienza.

Il muro di silenzio è lo stadio finale della litigiosità matrimoniale. È un silenzio più graffiante delle parole, un rifiuto della comunicazione che appare addirittura impensabile per la sua asprezza e insignificanza. Secondo gli studi di Gottman, l’85% delle volte in cui questo accade il protagonista del mutismo è l’uomo, che si nasconde dietro l’alibi della neutralità. In realtà questo silenzio è assai più accusatorio e distruttivo di una sana litigata, che è in grado di rimettere ogni cosa a posto. Il silenzio dissolve la relazione coniugale e incita ad altre conversazioni fuori dal matrimonio, favorendo l’infedeltà. Per superare questo ostacolo bisogna sforzarsi di ascoltare e rispondere, magari anche a gesti e mugugni, ma dando un chiaro segnale di “collegamento aperto”.

Passiamo dalla teoria alla pratica, con una carrellata di esempi di comunicazione che sgretolano la relazione coniugale: possono essere un segnale per comprendere quando qualche cosa non va. È vero, simili espressioni si sentono di tanto in tanto in tutte le case; ma un conto è un’uscita occasionale e trattenuta — e magari seguita da una risata liberatrice —, altro è il caso di una frequenza tale da divenire quasi la norma. In tal caso è opportuno ragionarci sopra per vedere se i quattro cavalieri non stiano scalpitando alla porta di casa…

Messaggi di ricatto: “Se continui così mi verrà un infarto”. “Se non ci fossi io in questa casa…”. “Quando non ci sarò più, allora ve ne accorgerete”.

Messaggi generalizzanti: “Sei sempre il solito”. “Non capirai mai nulla. Non perdo tempo a spiegartelo”. “Non mi racconti più niente?”. “Tanto non mi ascolti”. “In questa casa non c’è mai niente al suo posto”.

Messaggi di confronto sbagliato: “Mia madre cucinava molto bene il risotto”. “Hai visto come si è comportato da signore tuo fratello?”.

Messaggi discordanti: “Vai, vai pure, ti ho sempre lasciato libero”. “Ma sì, vai pure, io sto benissimo”, e così dicendo piange, e quando c’è discordanza tra la parola e il messaggio non verbale quello che prevale è il secondo.

Messaggi squalificanti: “Tu sei troppo debole, devi cambiare, lo dico per il tuo bene”.

La rassegna potrebbe continuare. Sono messaggi che risuonano in tutte le famiglie, ma che dovrebbero essere tradotti in modo migliore: ci si accorge che la coppia non parla passando per il cuore dell’altro. Si dovrebbe cercare di esprimere il proprio pensiero, dall’a alla z, passando per i sentimenti, e non volendo ferire. “Senti, mi dispiace, so che quello che ti dico non è piacevole, ma…”.

Col passare del tempo, la coppia si dimentica di esprimere a parole gli affetti che sente. Non ci si ringrazia più, “Tanto lo deve fare, è il suo compito, è il minimo che mi possa aspettare…”. Prima, nel fidanzamento, nei primi tempi di matrimonio, lo si faceva. E invece bisogna continuare a esprimere gli affetti; non solo il “Ti voglio bene”, ma anche il “Ti stimo”, “Ti apprezzo”, “Tu sei l’unico”, “Tu sei l’unica”. E non solo a parole.

Nella vita matrimoniale bisogna superare i punti di vista assoluti, le rigidità, e misurarsi con il mondo dell’altro, perché se non si fa così si finirà nell’assurdo del: lei brontola, lui tace, ma lei brontola perché lui tace e lui tace perché lei brontola.

La diagnosi potrebbe andare avanti. Ma vediamo qualche misura preventiva, o regola, che possa favorire la comunicazione.

2. Regole di comunicazione

Tener vivo lo spazio psicologico del fidanzamento. Non solo nella famiglia giovane, ma anche in quella matura, e anche nelle coppie anziane, si può — si deve — cercare di mantenere quell’atteggiamento della mente e del cuore che fa sì che si trovi sempre piacere nello stare insieme all’altro, non si abbia mai il tempo sufficiente per parlare, ma si accetta quello che si ha a disposizione e lo si usa insieme. È quella condizione del cuore e della mente che fa sì che “tutto quello che faccio io al tuo posto non mi pesi assolutamente, anzi non ti dico nemmeno che l’ho fatto io”.

Mantenere lo spazio psicologico del fidanzamento è anche evitare qualunque rigida ritualità: “A che ora mi telefoni?”, “Quando ci vediamo?”… È imparare a vivere l’amore nella libertà, nel rispetto, nella responsabilità, nella fiducia.

Spazio psicologico del fidanzamento non vuole e non dev’essere l’incubo dell’onnipresenza: tutto quel che facciamo dobbiamo farlo assieme. È così che poi ci si rovina l’esistenza spingendo insieme, per forza, il carrello al supermercato, alla partita di calcio insieme a tutti i costi…

Spazio psicologico del fidanzamento perché il fidanzamento è il tempo in cui ci si parla tanto, ci si scrive tanto. Perché tutto questo sia vissuto nella comunicazione è necessario che marito e moglie mantengano tra loro qualcosa dell’amore di amicizia, che è trasmissione di pensiero, cultura, riflessione, ascolto, dialogo.

C’è un amore che conserva viva la coppia nell’unità, nell’intimità: è l’amore degli amanti. E siccome l’espressione può suonare ambigua, è meglio dire: l’amore di chi ama fino in fondo.

Voler comunicare. C’è un requisito imprescindibile della comunicazione, per quanto banale possa sembrare, ed è la volontà di voler comunicare. Che cosa significa? Significa sapere, anzi voler trovare il tempo e il modo di comunicare. Sembra una cosa scontata, ma non lo è: l’esercizio della volontà infatti implica l’atto di scegliere, e ogni scelta comporta una rinuncia e una responsabilità. Se scelgo di comunicare, scelgo di dare tempo a mia moglie e ai miei figli, scelgo di rinunciare a del tempo per me, e sono responsabile di questa decisione. Il tempo della comunicazione va sottratto ad altri impegni: il lavoro, gli interessi personali, la televisione, il giornale, quel libro, gli amici. Del resto sono rinunce cui ho detto di sì quando, liberamente e responsabilmente, ho scelto di sposarmi. Dunque, come allora, per comunicare rinuncio a me. Ma per chi? Per noi, vale a dire per un qualcosa che è un’unione. Infatti com-unicare vuol dire mettere in com-unione, mettere in unione. Comunicare mi serve per costruire l’unione, che è lo scopo per il quale mi sono sposato e che ho accettato — non è male ripeterlo — liberamente e responsabilmente.

Trovare il tempo. Racconta un proverbio cinese che un uomo disse a sua moglie: “Ho molto da fare, ma tutto ciò che faccio, lo faccio per te”. Non trovavano però il tempo per parlarsi e il giorno in cui l’ebbero, non seppero più dirsi nulla.

Tutti abbiamo la percezione che il tempo non ci basti mai, eppure riusciamo a perderne sempre. Un uomo che lavora pensa di non aver tempo da dedicare alla famiglia, e dà così il via a un circolo vizioso: se dedica poco tempo si addolora, ma più si addolora meno tempo dedica. Infatti c’è la cena di lavoro, la partita in televisione, la serata con gli amici (ma solo i suoi), la pratica urgente da finire, e non si può dire no al capufficio… Il tempo bisogna saperlo trovare, rinunciando a quella cena, alla Tv, agli amici… per stare con la propria moglie.

Rinunciare ai pregiudizi. Senza affetto non può esserci buona comunicazione, e l’affetto presuppone lo sforzo di porsi sul medesimo piano del proprio interlocutore, rinunciando a ogni pregiudizio, che, come testimonia l’etimologia, è un giudizio espresso prima. Quel che serve nella comunicazione è una… par condicio di sostanza. Una parità che ci piace interpretare come derivato dalla contrazione di pari dignità, nel pieno rispetto delle differenze.

Mettersi nei panni dell’altro. Mettersi nei panni dell’altro, ma senza diventare l’altro: se infatti mi metto nei suoi panni mantenendo la mia obiettività, capisco quel che prova e riesco a trovare una via d’uscita; se invece ne assorbo anche l’emotività, potrò essere di ben poco aiuto. Pensiamo a un problema di lavoro che turba la serenità di un marito: la moglie può capire il perché del nervosismo, del mutismo, ma solo se ha la sufficiente obiettività potrà aiutarlo a vedere la cosa da un altro punto di vista, e a superarla. Se fa proprio anche il nervosismo, tutto diventa difficile.

Ascoltare. Saper ascoltare è la prima condizione richiesta perché possa esserci dialogo. (Non c’è persona più interessante e simpatica di quella che ci sa ascoltare). Per poter comprendere i sentimenti e i punti di vista dell’altro è necessario cercare di uscire per un poco dai propri pensieri: solo così si potrà capire chi è l’altro. Altrimenti è molto facile che filtreremo le sue parole e “capiremo” ciò che ci aspettiamo di ascoltare da lui, o che risponde al nostro umore.

Ripetere. Un buon modo per assicurarsi di aver compreso le idee esposte dall’altro è quello di ripeterle con altre parole, chiedendogli di confermarci se lo abbiamo capito bene. Così facendo gli si dimostra, inoltre, che si prende sul serio quel che ci dice. Prender con sufficienza, o addirittura ridicolizzare quanto l’altro ci dice, ferisce sempre profondamente.

Rispondere. Perché ci sia comunicazione non basta ascoltare, bisogna anche rispondere. Può magari essere sufficiente un “Sì… è vero… certo… d’accordo… hai ragione…”, che rassicura l’altro confermando che il messaggio è stato ricevuto. Si può pensare che chi tace acconsente, e rispondere col silenzio, ma è da sconsigliare, perché è molto più umana… una risposta. Magari facendo lo sforzo di evitare “Mh!”, “Ehm!” e analoghi mugugni.

Coerenza dei gesti. Quel che si manifesta a parole dev’essere coerente con il comportamento. Quando si dice alla moglie: “Ti ascolto”, bisogna anche chiudere il giornale o spegnere il televisore; e quando lei sa di non fare in tempo a prepararsi converrà che lo dica subito e con tutta semplicità. Non basta che per venti minuti vada avanti a dire: “Sono pronta!”.

Chiarezza. Un gioco di parole e uno scherzo ogni tanto possono costituire un ingrediente piacevole e alimentare un clima di buonumore, sempre però che l’uso di frasi ambigue non diventi così inflazionato da minacciare la chiarezza del nostro linguaggio. È preferibile un no deciso che un pieno di incertezza.

Coraggio. In un rapporto d’amore gioca sempre un fine intreccio di sentimenti, che lo rendono bello, ma anche fragile ed esposto a qualche crisi. Ci si trova spesso in difficoltà a comprenderne l’origine. Può aiutare a smussare eventuali tensioni o malintesi uno sforzo coraggioso per aprire il cuore con il coniuge e cercare di rivedere assieme il guasto: se ciò non avviene, facilmente succederà che i due si manifesteranno il proprio malessere sotto forma di sordo rimprovero, di allusioni irritanti, da cui nasceranno risentimento, acredine e chiusura. Poi, quando è ormai crisi aperta, magari uno dirà all’altro che avrebbe dovuto dirgli quel che non andava. E l’altro ribatterà: “Te ne saresti dovuto accorgere!”.

Positività. Quando si desidera che l’altro si corregga in qualche cosa, è importante cercare di fare l’osservazione nel modo più positivo possibile, rendendola così più accettabile e non troppo amara. Per esempio, invece di dire: “Sei il solito egoista. Non sai fare un piacere neanche se mi vedi morire. Ma le tue cose, quelle non te le dimentichi mai”, si potrebbe dire: “La tua dimenticanza mi ha fatto proprio dispiacere. Contavo tanto su di te, per me era così importante”.

3. Imparare a litigare

Malgrado l’aiuto che possano prestare le migliori regole è naturale che nella vita matrimoniale ci siano discussioni, momenti di tensione, differenze di opinione e di gusti. Il rapporto di coppia si rinsalda e matura anche così, superando i conflitti.

A litigare ci si allena, del resto, già un po’ durante il fidanzamento: non bisogna quindi spaventarsene troppo, né cercare di evitarlo a ogni costo reprimendo emozioni e sentimenti. A volte bisogna sfogarsi. È però importante “imparare a litigare”. Ecco dunque qualche consiglio sportivo o, se si vuole, “il decalogo del buon litigante”:

  1. Non sfuggire mai la discussione, né troncarla uscendo di scena, se si teme di aver torto.
  2. Siate disposti a riconoscere i vostri difetti o sbagli. È un segno di grandezza d’animo.
  3. Se vi rendete conto di aver detto qualcosa di non obiettivo o di ingiusto, ritiratelo subito lealmente.
  4. Evitate aggressive offese personali e atteggiamenti sprezzanti.
  5. State attenti a non proiettare inconsciamente sull’altro la ragione del vostro malumore.
  6. Non legatevi al dito le colpe del coniuge, continuando a rinfacciargli cose ormai passate. Cercate di vivere nel presente e di guardare avanti.
  7. Sforzatevi di capire se l’arrabbiatura dell’altro non nasca da un momentaneo bisogno di sfogo.
  8. Permettete al coniuge di parlare fino in fondo: spesso questo gli basterà per calmarsi al 50%.
  9. Cercate di esporre le vostre ragioni in modo chiaro, il più possibile pacato e, se vi riesce, con un po’ di umorismo, ma senza ironia.
  10. Fate in modo che anche le discussioni più violente finiscano con un gesto di riconciliazione; in tal modo anche i litigi faranno parte dell’humus su cui cresce l’amore coniugale. Più che proporsi di non litigare mai, conviene quindi proporsi di fare ogni volta la pace al più presto. L’amore coniugale non muore a causa delle liti, ma per non sapervi porre rimedio. Non lasciate che il sole tramonti su un litigio: la notte consolida le fratture. Prima di spegnere la luce, spegnete il diverbio trovando un accordo, chiedendo scusa, accettando il pentimento. Se per disgrazia un figlio ha dovuto assistere al vostro litigio, è bene che assista anche alla vostra riconciliazione.

Se comunque, malgrado tutto l’impegno, le cose andassero male, non bisogna dimenticare che chi risponde al disprezzo o all’odio con amore, vince. Sempre. L’amore è sempre l’arma più potente, perché con essa partecipiamo del potere di Dio. Spesso capita di sentir dire: “Perché devo essere sempre io a cedere?”, oppure: “A chi tocca cedere per primo?”. Si può immaginare che la risposta sia: “Al più debole”, e invece è proprio il contrario. È il più forte che cede, che sa chiedere scusa, che sa rinunciare, proprio perché è forte e sa controllare sé stesso. Cedere vuol dire non solo perdonare o lasciar perdere — nel senso stretto del termine: ciò che è perso, è dimenticato, non lo si ha più, non lo tirerò più in ballo —, ma anche rendere possibile all’altro chieder scusa. Un esempio tratto dal Vangelo: l’episodio della samaritana. Gesù è seduto al pozzo, stanco, affamato: arriva la samaritana, baldanzosa, orgogliosa, come si può cogliere dal dialogo che sta per seguire. È lei che ha bisogno di essere salvata. È lei che dovrebbe chiedere al Messia l’acqua che sgorga mentre invece è proprio Gesù, il più forte, ad aprire il discorso chiedendo: “Dammi da bere dell’acqua”, contravvenendo a regole consolidate nel mondo ebraico, abbassandosi, Lui uomo e giudeo, a parlare, anzi a chiedere, a una samaritana per giunta donna. Non possiamo dunque anche noi offrire l’occasione al coniuge, dopo un litigio, di riconciliarsi con noi?

VII. La regolazione delle nascite

1. La procreazione responsabile

Qual è il giusto numero di figli? La Chiesa ricorda che si tratta di una decisione in cui va pienamente rispettata la responsabilità dei coniugi: in ogni caso procreazione responsabile non significa soltanto limitare il numero dei figli, ma può anche significare maggior generosità (parola imparentata con “generare”) per accettare qualche figlio in più. Vanno tenuti in conto diversi aspetti; e non ci si deve comunque lasciar dominare da una visione piatta, materialistica ed egoistica della vita. C’è chi dice: “Per ora un figlio — o un altro figlio — non ce lo possiamo permettere”. Ma “poterselo permettere” non sembra davvero l’espressione più adeguata: ci si può permettere una pelliccia, un viaggio in America o un’altra automobile; ma un figlio… Un figlio non “ce lo si permette”, ma si assume questo impegno d’amore. Un modo di scansare di fatto tale impegno, preferendo la propria comodità e sicurezza, è quello di pretendere che, per avere un figlio — o un altro figlio —, ci siano le condizioni “ideali”: cioè praticamente mai.

Scrive sagacemente Antoine de Saint-Exupéry: “L’amore fra i coniugi non significa starsi a guardare l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”. La direzione in cui guardare è, normalmente, il dono dei figli e il loro futuro. La paternità (o maternità) comporta quindi un dono e una responsabilità in primo luogo non per evitare la prole, ma per procrearla ed educarla.

La procreazione responsabile, “nel suo vero significato”, dice il Papa, “esige che gli sposi siano docili alla chiamata del Signore e agiscano come fedeli interpreti del suo disegno: ciò avviene con l’aprire generosamente la famiglia a nuove vite, e comunque rimanendo in atteggiamento di apertura e di servizio alla vita anche quando, per seri motivi e nel rispetto della legge morale, i coniugi scelgono di evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova nascita” (Evangelium vitae, n. 97).

Si parla e si discute molto, oggi, intorno al progresso e allo sviluppo dei popoli, di metodi contraccettivi, ma del figlio non si parla più. Si parla di risorse insufficienti, di società in crisi, di valori dimenticati, di povertà incombente sui popoli evoluti… I saggi di oggi sembrano un consesso di anziani che passano i pomeriggi a lamentarsi dei mali da cui sono afflitti e guardano al futuro con un senso di apprensione e di terrore. L’umanità riprenderà fiducia nel futuro non accumulando beni, creando barriere per conservarli per sé, guardando con sospetto il proprio simile e diffondendo paura, ma investendo sulla vita. Sembra assurdo che l’uomo non abbia capito questa verità elementare. Così la sua saggezza, che è stoltezza di fronte a Dio, è riuscita a convincere gli uomini che il figlio è un peso, un ingombro; che la vita è una minaccia alla vita; e chi crea vita diventa irragionevole e compromette il bene dell’umanità. Ed è contro questa stoltezza che il Papa ha levato la sua voce in occasione della conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo, nella quale si volevano imporre ai popoli del terzo mondo programmi di limitazione delle nascite senza rispetto per la dignità umana.

Talvolta avviene invece il contrario: si vuole un figlio a ogni costo e si ricorre alla fecondazione artificiale. Conviene allora ricordare che ogni figlio ha il diritto di essere il frutto di un atto d’amore dei suoi genitori, secondo il piano di Dio. I genitori sono i ministri della vita umana: i servi, non i padroni. In tal senso la Chiesa ha sempre insegnato che la dignità dell’essere umano esige che “la procreazione di una persona umana debba essere perseguita come il frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore fra gli sposi” (Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione Donum vitae, 1987, n. II, 4) e non può quindi essere ammessa un’inseminazione artificiale in cui “il mezzo tecnico risulti sostitutivo dell’atto coniugale” (ibidem, n. II, 6).

2. Contraccezione o responsabilità?

Nella Bibbia è proclamata la benedizione divina sulla sessualità umana. Nel primo capitolo della Genesi leggiamo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1,27). Anche attraverso l’amore sessuale e la loro fecondità procreativa l’uomo e la donna sono chiamati a vivere una comunione che riflette quella della vita interiore di Dio come Trinità. Nel matrimonio l’uomo e la donna si uniscono tra loro così intimamente da divenire — insegna ancora la Genesi — “una sola carne” (Gn 2,24).

Quel che la dottrina cristiana nega è l’uso deviante del corpo, il dominio della carne sull’intera persona, l’abuso di ciò che, di per sé, è buono. L’etica sessuale insegnata dalla Chiesa non è una sadica imposizione esterna da parte di Dio. Dio, che ha dato all’uomo la sessualità, non può guardarla con sospetto, come un padre che, dopo aver comperato la moto al figlio, si pente perché non ne aveva previsto i pericoli…

Ciò aiuta a capire perché la Chiesa ha sempre rifiutato la contraccezione. Le difficoltà ad accettare questo rifiuto spesso derivano dal fatto che il discorso è mal posto, semplificando le cose come se la questione si riducesse a: metodi naturali sì, metodi artificiali no. Se invece leggiamo attentamente l’enciclica Humanae vitae (1968), vediamo che il rifiuto della contraccezione non deriva dalla contrapposizione fra “naturale” e “artificiale”, ma che essa è considerata non cristiana perché esclude una paternità responsabile. Dal punto di vista morale è infatti ben diverso dalla mentalità contraccettiva il comportamento di quei coniugi che, se motivi seri consigliano di evitare un nuovo concepimento, si astengono dal compiere l’atto sessuale nei periodi fecondi della donna (metodi naturali o continenza periodica). Giovanni Paolo II ha osservato: “In tal modo la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione veramente e pienamente umana, non mai invece “usata” come “oggetto” che, dissolvendo l’unità personale di anima e corpo, colpisce la stessa creazione di Dio nell’intreccio più intimo tra natura e persona” (Familiaris consortio, n. 32). I coniugi adattano così il loro comportamento sessuale alle esigenze della responsabilità procreativa. Nel caso, invece, della contraccezione essi fanno proprio il contrario: alterano il processo procreativo per non dover modificare il loro comportamento sessuale

3. I metodi naturali

I gesti dell’amore vanno compiuti come esige la natura, senza frode, apprezzando le gioie che l’uso semplice e retto della sessualità nel matrimonio contiene in abbondanza. Ci si unisce per manifestarsi affetto reciproco e avendo sullo sfondo la gioia di poter chiamare alla vita un altro essere umano che testimonierà con la sua presenza l’amore comune.

È indubitabile che lo scopo connaturale del sesso è la fecondità. Figli, dunque, sì. Ma anche al momento opportuno.

Non intendiamo esporre in modo particolareggiato le modalità per ottenere un concepimento o per distanziarlo dal precedente: altro è lo scopo di questo libro. Accenneremo solo brevemente al comportamento che la Chiesa ritiene legittimo adottare in tali casi: la regolazione naturale delle nascite. Un metodo che consiste nell’adattare il proprio comportamento sessuale alle regole dettate dalla natura stessa.

L’ovulo, che lascia l’ovaia un paio di settimane prima delle mestruazioni, è fecondabile per un periodo approssimativo di 24 ore; trascorso questo tempo, degenera. Il concepimento, dunque, può aver luogo solo in questo giorno X, situato quasi al centro dell’intervallo tra una mestruazione e la successiva. La coppia che desideri avere un figlio farà in modo di avere rapporti sessuali in epoca prossima al giorno X; si asterrà invece dalle relazioni in quello stesso periodo se esistono serie ragioni per evitare una gravidanza (da qui la denominazione di “continenza periodica” con cui vengono anche designati i metodi naturali per la regolazione della fecondità).

L’ovulazione non si produce con regolarità matematica: ecco perché il metodo basato sul calendario (metodo Ogino-Knaus) è alquanto insicuro ed è oggi sostituito da altri metodi molto più precisi che permettono di diagnosticare l’imminenza dell’ovulazione. La certezza di infecondità nel secondo periodo del mese mestruale è poi quasi assoluta, poiché non avviene che una sola ovulazione al mese, e questa è già sopraggiunta. Solo in alcuni casi — per la verità poco frequenti — si verifica una doppia ovulazione mensile, a distanza comunque non superiore alle 48 ore: in tal caso, se avviene il concepimento, si avranno gemelli biovulari, di sesso anche diverso.

Attualmente i metodi (chiamati naturali) che permettono di individuare i confini del periodo di fecondità per ogni singola donna sono due, e possono venire combinati; essi sono:

      1. a) il metodo della temperatura basale;
      2. b) il metodo del muco cervicale;
      3. c) il metodo combinato (sintotermico).

Il metodo della temperatura basale permette di conoscere attraverso l’indice termometrico il ciclo della fertilità femminile. Il dato scientifico che sta alla base di questo metodo deriva dall’osservazione del progesterone, un ormone prodotto dal corpo luteo, il quale si forma sull’ovaio poco dopo il momento ovulatorio. La produzione di questo ormone provoca l’innalzamento della temperatura della donna misurata al mattino in condizioni di riposo, vale a dire dopo un adeguato numero di ore di sonno e prima di alzarsi dal letto. Questa temperatura viene appunto detta basale. Rilevando l’avvenuto rialzo termico e il permanere della temperatura elevata per tutta la fase successiva, dopo qualche giorno si può ritenere avvenuta l’ovulazione. Ciò significa che la temperatura basale offre un dato molto preciso solo per la fase postovulatoria, ma non è in grado di offrire informazioni circa il periodo preovulativo.

Un grande passo avanti nello studio della fertilità femminile è stato reso possibile dalla scoperta del ruolo giocato dal muco cervicale quale indicatore del ciclo della donna. Questo muco viene prodotto dalle cellule appunto definite mucipare, presenti nel canale cervicale. La loro produzione viene stimolata dagli ormoni ovarici (estrogeni e progesterone). La presenza di estrogeni nel sangue cresce durante il periodo di maturazione della cellula uovo. Il muco è generalmente pastoso, ma si “diluisce” assumendo consistenza filamentosa per favorire il passaggio degli spermatozoi, guidandoli nel canale cervicale fin dentro l’utero e le tube. Dopo avvenuta l’ovulazione, aumenta nel sangue il contenuto di progesterone provocando la produzione, da parte delle cellule mucipare, di un muco differente, impermeabile agli spermatozoi. In questa fase la donna è dunque infertile.

La scoperta del ciclo del muco cervicale ha permesso di mettere a punto due metodi naturali la cui caratteristica principale è quella dell’estrema precisione. Il più famoso è il metodo Billings, che prende nome dai coniugi australiani Billings, entrambi medici, che lo hanno ideato. Il metodo si basa sull’analisi del muco cervicale osservato con precisione in tutte le sue modificazioni di aspetto e consistenza insieme alla sensazione vulvare determinata dalle modificazioni del muco stesso. “La sensazione percepita alla vulva”, si legge nel libro citato, “è la lettura che avviene a livello della corteccia cerebrale di stimoli che percepiscono i nostri recettori periferici: ciò significa che il dato, pur essendo percepito dal soggetto, ha in sé una sua oggettività che si può verificare ogni qualvolta la donna presti attenzione alla presenza o meno di una sensazione di umidità alla vulva e al diverso grado di intensità con la quale essa può manifestarsi”.

Il metodo combinato (sintotermico) si serve di più indici per identificare con precisione l’inizio e la fine della fase fertile: il dato di Ogino, vale a dire il valore statistico dell’inizio del periodo fertile basato su una formula matematica che tiene conto della durata dei cicli mestruali della donna, e il muco cervicale, per identificare l’inizio del periodo fertile; la scomparsa o il cambiamento delle caratteristiche del muco e il rialzo termometrico basale per riconoscere la fine del periodo fertile.

Vi sono ovunque centri specializzati nell’insegnamento dell’utilizzo di questi metodi, così come numerosi sono i saggi approfonditi sull’argomento. A essi rimandiamo tutti coloro che fossero interessati alla conoscenza e all’uso di questi metodi naturali di controllo della fertilità.

È stato recentemente immesso sul mercato, dalla farmaceutica Unipath, un prodotto che si basa su concetti molto simili a quelli sino a qui descritti. Persona, questo il nome del kit, è costituito da un piccolo monitor e da una serie di test stick usa-e-getta. Lo scopo è di rilevare nelle urine la concentrazione degli ormoni che regolano la fertilità. Il monitor memorizza ed elabora le informazioni provenienti dai test stick per costruire un quadro completo e accurato del ciclo.

A fronte della denigrazione tendenziosa di cui spesso sono oggetto i metodi naturali, bisogna ribadire la qualità dei valori umani posti in atto; a fronte dello scetticismo circa la loro efficacia, occorre ricordare a tutti che, se ben insegnati e praticati, hanno un’efficacia non inferiore a quella dei mezzi contraccettivi che, oltre alla loro intrinseca immoralità, presentano, per un verso o per l’altro, non pochi indesiderabili o nocivi effetti collaterali.

Nel contesto di un’ampia tendenza allo svilimento della sessualità, la promozione intelligente dei metodi naturali può rappresentare un cammino per mantenerla a un livello umano e rispondere alle attese più vere dell’uomo e della donna. È, questa, la sfida proposta dall’enciclica Humanae vitae: “Il dominio dell’istinto, mediante la ragione e la libera volontà […] ben lungi dal nuocere all’amore coniugale gli conferisce invece un più alto valore umano. Esige un continuo sforzo, ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità arricchendosi di valori spirituali: questa disciplina apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione di altri problemi; favorisce l’attenzione verso l’altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l’egoismo, nemico del vero amore, e approfondisce il loro senso di responsabilità”.

VIII. Il delicato compito di educare i figli

L’amore coniugale si estende e si manifesta nei figli, specialmente nella loro educazione, di cui i genitori sono i primi e i principali artefici. Il loro compito, un’autentica missione, non è certamente facile: bisogna saper comprendere, ma anche essere esigente, rispettare la libertà dei figli, ma anche correggerli. Attraverso le fatiche, le ansie e forse le delusioni incontrate dai genitori fin dalla nascita del primo figlio, l’amore non cessa di essere sottoposto a continua verifica

Sull’educazione dei figli sono stati scritti migliaia di libri, è sorta una vera e propria “scienza dell’educazione”; purtroppo, però, tante belle considerazioni tendono a rimanere nel chiuso delle aule universitarie e nelle biblioteche. In realtà è più facile scriverle nel silenzio di uno studio che applicarle nella perenne agitazione di una famiglia che vive.

In ogni mestiere la formazione professionale non incomincia solo quando si è a capo dell’impresa e si hanno incarichi di alta responsabilità; e perché mai nel “mestiere di genitori” dovrebbe accadere diversamente? Forse perché è più arte che scienza? Ma, come per ogni arte, non basta l’estro e l’intuito: ci vuole anche formazione.

Perché, ci si potrebbe chiedere, oggi si dovrebbero seguire dei corsi quando in passato non se ne sentiva il bisogno? “Nella società contadina erano almeno tre le generazioni che vivevano insieme”, spiega Rafael Pich, padre di sedici figli, fondatore dell’associazione internazionale Fert, che studia e organizza corsi di orientamento familiare in tutto il mondo e gestisce alcune scuole nella penisola iberica. “Quando nasceva un bambino, era la nonna, che abitava sotto lo stesso tetto, a insegnare il mestiere: training on the job, direbbero gli americani… Inoltre la figlia maggiore, che si sposava, aveva già accudito i fratelli minori e quindi aveva una notevole esperienza diretta: oggi il tasso di natalità è intorno all’1, 3: com’è possibile accudire i fratelli? A quel tempo non c’era bisogno di studiare, c’era la vita. Oggi i genitori si preparano al loro compito studiando sui manuali degli psicologi: poi si trovano davanti al figlio e non sanno come fare. Posseggono il know ma non l’how, sanno ma non come né quando. Ecco perché sono più utili i corsi di famiglie per le famiglie, in ambienti dove l’ingegno umano di tante persone può escogitare soluzioni innovative e semplici, a misura di figlio e di genitore. Certo, oltre al know-how ci vuole una terza dimensione, quella del want, la volontà: i figli non sono giocattoli da riporre quando ci infastidiscono o ci annoiano, ma persone da crescere nel rispetto dei valori. Se vogliamo, ce la possiamo fare”.

Proviamo, senza troppe pretese, a comporre un promemoria, il più accessibile e concreto, dei principali criteri e suggerimenti sull’arte delle arti, come viene chiamata l’educazione.

1. Qualche principio generale

Per educare occorre un po’ di scienza, molto buon senso e soprattutto amore. Occorre, in altre parole, conoscere certi princìpi pedagogici e agire con buon senso, senza però illudersi che basti applicare una bella teoria per ottenere sicuri risultati. Vale infatti il detto: “Ogni bambino, un caso”. Si deve tener presente che tutti i princìpi devono essere modulati sull’età e variati secondo le circostanze in cui il figlio si trova. L’osservazione personale poi, e quella meravigliosa intuizione che sgorga dal vero amore, non si trovano in nessun manuale…

Sarà infatti l’amore per i figli a far trovare ai genitori il momento adatto per parlare e quello per tacere, il tempo per giocare con loro, per interessarsi ai loro problemi senza sottoporli a un interrogatorio.

Dei genitori, molto presi dal lavoro, cercavano in un negozio di giocattoli un regalo per il loro bambino e chiedevano qualcosa che lo divertisse, lo tenesse tranquillo e soprattutto che gli togliesse la sensazione di essere solo. Una commessa intelligente spiegò loro: “Mi spiace, ma non vendiamo genitori”.

La prima cosa di cui il figlio ha bisogno è che i genitori si amino. “Non gli facciamo mancare niente, eppure…”, si sente spesso dire da tanti genitori che davvero si prodigano per il loro figlio: cibi sani, ricostituenti, giochi, vestiti firmati, vacanze all’estero, divertimenti, eccetera eccetera; ma si dimenticano della cosa più importante di cui loro figlio ha bisogno: che loro si amino e siano uniti.

C’è chi ha detto che il bambino, appena uscito dall’utero materno in cui era avvolto dal liquido amniotico, ha subito bisogno di un altro utero e di essere circondato da un altro liquido, che gli è indispensabile per crescere e svilupparsi: quello che papà e mamma creano volendosi bene. Ciò richiede che ciascuno dei genitori eviti tutto quanto possa sminuire l’affetto del bambino verso l’altro: staranno perciò attenti a non rimproverarsi reciprocamente in presenza dei figli, a non permettere l’uno ciò che l’altro proibisce, a evitare assolutamente certe deformanti raccomandazioni: “Questo non dirlo al papà (o alla mamma)”.

Il ruolo del padre nell’educazione. Da qualche tempo la presenza attiva del padre viene sempre più riconosciuta come necessaria alla crescita equilibrata dei figli. Quando il padre è assente, per la donna casalinga le faccende domestiche, l’alimentazione e l’educazione dei figli tendono a diventare l’unico àmbito di interessi e di soddisfazioni: tutto ciò facilmente porta al “mammismo”, un sistema di monopolio materno, così lontano dall’amore autentico, che inevitabilmente ritarda lo sviluppo della personalità dei figli, i quali da una parte soffrono i limiti di quel monopolio, ma dall’altra lo sfruttano a loro vantaggio, innescando un alterno gioco di ricatti e lusinghe, di servilismo e di esasperate esplosioni.

Il padre ha, nel lavoro, un alibi di ferro, e la moglie ci crede. A lui sembra antieconomico spendere il suo tempo di uomo in carriera, impegnatissimo, pieno di responsabilità, altamente qualificato, per dedicarsi all’educazione del figlio: per questo — con comoda generosità — riconosce la superiorità dell’istinto e della sensibilità femminili. Ed ecco pronta la risposta: “Va’ da tua mamma. Chiedilo alla mamma”

Poi, qualche anno più tardi, quel padre si indispettirà quando il figlio adolescente opporrà alle sue domande e osservazioni un muro di indifferente estraneità.

Il miglior educatore è l’esempio. I bambini tendono a imitare gli atteggiamenti degli adulti, specialmente di coloro che amano o ammirano. Non perdono mai di vista i genitori, li osservano continuamente, soprattutto nei primi anni; vedono anche quando non guardano e ascoltano anche quando sono occupatissimi a giocare. Hanno come un radar che intercetta ogni loro atto o parola, specialmente se sbagliati.

L’esempio ha un insostituibile valore pedagogico di conferma e di incoraggiamento: non c’è miglior modo di insegnare a un bambino a tuffarsi nell’acqua che tuffarsi con lui o prima di lui. Le parole volano, ma l’esempio trascina.

Non viziare il bambino. Si vizia un bambino con lodi eccessive, con l’indulgenza e l’accondiscendenza ai suoi capricci; e lo si vizia anche mettendolo spesso al centro dell’attenzione, lasciando che sia lui l’ago della bilancia nelle decisioni familiari. Un bambino circondato da troppa attenzione e da cedevole indulgenza, se ha un’indole debole, diventerà (una volta fuori dall’àmbito della famiglia) una persona timida e incapace. Se ha un’indole forte, diventerà un egoista, che negli altri vedrà strumenti al servizio delle proprie ambizioni.

Di fronte ai capricci dei bambini non si deve perciò cedere: si dovrà semplicemente aspettare che passino le bizze, mantenendo un atteggiamento sereno, senza nervosismi, quasi di noncuranza, e al tempo stesso fermo.

Incoraggiare e ricompensare. Il bambino è molto recettivo: se gli si ripete spesso che è un maleducato, un egoista, un buono a nulla… finirà col crederci, e sarà veramente maleducato, egoista, buono a nulla. È meglio che abbia un po’ troppa fiducia in sé stesso piuttosto che troppo poca; e se lo vediamo ricadere in un suo difetto, sarà più efficace qualche parola di incoraggiamento, che rinfacciarglielo umiliandolo. Mostrare al figlio che si ha fiducia nelle sue possibilità è per lui un grande incentivo; il fanciullo è infatti portato ad incarnare l’opinione che si ha di lui (sia positiva che negativa) e a non deludere le aspettative.

Quando egli fa un’obiezione giusta non bisogna aver paura di dargli ragione. Non si perde di autorità.

Nell’incoraggiare e nel lodare conviene guardare più allo sforzo fatto che al risultato ottenuto. Non bisogna invece ricompensare il bambino che ha compiuto un dovere o ha avuto un successo: un regalo per un buon voto è deformante; un buon voto, infatti, è già un premio soddisfacente per lui.

Educare alla “positività”. I figli devono respirare, in famiglia, un senso di fiducia nella vita e di positività verso il mondo che dà loro la forza di superare le esperienze negative e le frustrazioni. Non esagerino quindi i genitori con la condanna dei mali del mondo, perché ciò alimenta nei figli solo lo scoraggiamento e, più tardi, il cinismo o la pusillanimità.

Anche il gusto del lavoro e la disposizione all’attività creativa vanno coltivati fin dall’infanzia, e li si possono favorire sviluppando nei piccoli la resistenza allo sforzo, l’affidabilità, la costanza, l’accuratezza, la capacità di adattamento, la cura per gli strumenti di lavoro…

Senza persone che amino il lavoro si genera il parassitismo e la mentalità assistenziale, e inoltre chi non ama lavorare danneggia anche sé stesso: si priva della gioia di un lavoro ben fatto, del piacere di aver superato una difficoltà, della soddisfazione del successo ottenuto con fatica. Anche qui, l’esempio vale più di mille prediche: i bambini impareranno il piacere di lavorare e la soddisfazione di un compito portato a termine se nella loro famiglia e nella loro comunità troveranno tanti adulti che siano modelli viventi di questo stile di vita.

Occorre sviluppare la sensibilità verso il buono e il bello, l’apertura verso i nostri simili e i bisognosi, il tatto, la gentilezza, la gratitudine, la serenità e il buon umore. I rapporti familiari vanno dunque organizzati in quest’ottica: cose come il chiedere con garbo, o il ringraziare con sincerità possono sembrare di poco conto, e invece costruiscono a poco a poco uno stile comunicativo più umano e sereno.

Formare la coscienza. Nella nostra società i bambini vengono bombardati da una quantità di slogans che trasmettono ideali non cristiani; la soluzione non è un regime poliziesco, fatto di controlli e censure. Non basta dir loro: “Questo non sta bene!”, “Questo non mi piace!”, perché così si rischia di trasformare la morale in proibizionismo. È invece importante mostrare la bellezza e l’umanità della virtù allegra e serena, disinvolta e senza inibizioni. Il bambino si sentirà allora attratto e stimolato ad agir bene.

Bisogna inoltre far comprendere quanto decisiva sia l’intenzione per la moralità di un atto, aiutando i figli a chiedersi il perché di un loro determinato comportamento; a seconda delle risposte si mostrerà loro l’ingiustizia, l’invidia, la superbia che può averli motivati. Il cosiddetto complesso di colpa, cioè l’oscura e angosciosa sensazione di aver sbagliato, accompagnata da paura o vergogna, nasce proprio dalla mancanza di un coraggioso e sereno esame della coscienza. È invece necessario e sano il senso del peccato: la chiara percezione dei cedimenti e mancanze, con cui abbiamo voltato le spalle all’amore di Dio, provoca un rimorso che attiva le forze migliori per ricercare nuovamente l’amore che perdona

Per formare la coscienza può essere utile valutare insieme al bambino la moralità di azioni e fatti di cui giunge notizia. Gli si può anche suggerire la pratica dell’esame di coscienza, da compiere personalmente alla fine della giornata, magari aiutandolo all’inizio a porsi le opportune domande. Man mano che cresce, bisogna lasciargli prendere con libertà e responsabilità le proprie decisioni, dicendogli tutt’al più: “Al tuo posto farei così”.

Educare alla libertà. Il compito dell’educatore consiste nel far prendere coscienza del valore della libertà e nell’insegnare a esercitarla bene. Che cosa però sia la libertà è difficile da capire fino in fondo; forse la si può definire così: libero è chi fa il bene perché gli va di farlo. Ma bisogna aggiungere che non è più libero chi fa il male: un uomo può suicidarsi perché è libero, ma il suicidio non porta alla libertà.

Porre delle leggi non significa limitare la libertà, ma piuttosto aiutarne lo sviluppo: libero non è chi fa quello che vuole, ma chi segue le leggi, ha scritto il filosofo greco Epitteto. Com’è possibile? Spieghiamolo con un semplice esempio: se devo andare da Milano a Roma sono forse meno libero se all’incrocio seguo l’indicazione che mi invita a svoltare verso Sud? O non sono piuttosto più libero, seguendo la legge, cioè l’indicazione, la quale mi facilita nel viaggio, mi avvicina alla mia meta? Questo è lo scopo delle leggi e dei comandamenti che la Chiesa ci propone: una mappa per raggiungere più rapidamente e senza intoppi la nostra meta, la felicità.

Allo stesso modo i genitori devono porre dei limiti nell’azione dei figli: limiti che gradualmente essi andranno sciogliendo nel tempo, via via che i figli avranno maturato la necessaria autonomia, grazie all’educazione, per decidere da soli. Decidere magari di fare il contrario di ciò che si è chiesto loro o che si vorrebbe facessero: è il prezzo dell’amore, che lascia all’amato la possibilità di non ricambiarlo.

Educare alla libertà consiste quindi nell’aiutare a distinguere che cosa è bene per la felicità umana, e compiere le scelte conseguenti.

Saper concedere, con prudenza, una certa libertà ai figli contribuisce a renderli responsabili. Una lunga esperienza di educatore permetteva al beato Josemaría Escrivá di affermare: “È preferibile che qualche volta i genitori si lascino ingannare: la fiducia data ai figli fa sì che essi stessi provino vergogna di averne abusato e si correggano; se invece non hanno libertà, se vedono che non c’è fiducia in loro, si sentiranno spinti ad agire sempre con sotterfugi” (Colloqui con Mons. Escrivá de Balaguer, Ares, Milano 19875, n. 100).

Ricorrere all’aiuto di Dio. Educare viene da ex ducere, tirar fuori, far spuntare. L’educatore è infatti colui che collabora nell’opera di far germogliare dal bambino l’uomo, il cristiano. Collaborazione, in primo luogo, perché l’agente principale e insostituibile è sempre il bambino e, in secondo luogo, perché è Dio che, con la sua grazia, interviene nel più intimo della persona. L’educatore può quindi a giusto titolo considerarsi un collaboratore di Dio nella crescita spirituale del bambino.

Ai genitori, in virtù del sacramento del matrimonio, viene offerta una grazia particolare per assolvere un compito così importante. Sarà comunque conveniente che, soprattutto in momenti di speciale difficoltà, invochino l’aiuto e il consiglio di Dio, senza trascurare il gran servizio gratuito dell’Angelo custode, che Dio stesso ha voluto porre a protezione del bambino, e ricordando anche che la Madonna svolge incessantemente la sua azione materna di guida e di intercessione

2. Aspetti dell’educazione

L’autorità: come farne uso senza forzarla né logorarla. Per educare non bastano l’affetto, il buon esempio e gli incoraggiamenti, bisogna anche esercitare l’autorità. L’educazione antiautoritaria è stata una breve moda fallita, sconfessata da chi l’ha subita. Il bambino ha bisogno di autorità, e la cerca; se non si trova intorno una segnaletica e una demarcazione, diventa insicuro o agitato. Anche tra loro, quando giocano, i bambini inventano sempre regole da non prevaricare. Del resto tutti sanno quanto antipatici, scontenti e tirannici siano i bambini quando vengono viziati, abituati a spuntarla sempre e a obbedire solo se ne hanno voglia.

Ma quando si tratta dei propri figli è più difficile un giudizio lucido. Non si sa bene se imporsi o scendere a patti, se lasciar correre, senza rischiare una scenata in pubblico, o finirla con uno scoppio d’ira e una sberla (che poi lascia più agitati i genitori che il bambino).

Dietro a questa insicurezza c’è sempre una strana miscela di paure: la paura di perdere l’affetto del bambino, la paura che corra qualche rischio la sua incolumità fisica, la paura che faccia fare brutta figura o che provochi dei danni materiali. Se invece di tante paure prevalesse il desiderio di aiutare il bambino a riconoscere i propri impulsi egoistici, l’ingordigia, la pigrizia, l’invidia, la crudeltà…, non ci sarebbe da sentirsi colpevoli correggendolo esercitando l’autorità.

Bisogna affermare, senza paura, anche se non è di moda, che per educare è necessario esercitare l’autorità (che non è autoritarismo) e attendersi obbedienza, fin da quando i bambini incominciano a capire ciò che si chiede loro. È perciò importante che i genitori, sempre spiegando il motivo di ciò che si esige, esercitino molto presto la loro autorità, non lasciando, per amor di tranquillità, cadere nell’oblio i loro ordini, né permettendo che i figli vi si oppongano apertamente

A volte succede di proibire qualcosa senza sapere bene perché, che cosa ci sia di male, ma solo per impulso, per la voglia di star tranquilli o perché si è nervosi e tutto dà fastidio. Si impiega così l’autorità senza un reale bisogno, inflazionandola. È invece necessario dosare l’autorità per darle il peso che merita: imporre al figlio di non fare una certa cosa perché glielo chiede il genitore è un argomento che funziona se lo si usa poche volte l’anno, ma se questo tipo di autorità apparentemente immotivata — meglio, immotivabile al figlio — viene usato per situazioni banali, si finirà per non essere più ascoltati, e nel momento in cui il figlio potrà evitare di obbedire, smetterà di farlo. Invece quelle poche scelte che è stato costretto a fare per amore o che ha finito per far proprie, gli rimarranno.

Bisogna capire il bisogno di movimento, di gioco inventivo e di libertà che ogni bambino sano ha; intervenendo di continuo e in modo irragionevole si finisce per rendere l’autorità insopportabile. Come quella mamma che dice alla baby-sitter: “Va’ nella camera dei bambini a vedere che cosa fanno, e proibisciglielo”. D’altra parte, nel bambino la convinzione che niente farà desistere i genitori dagli ordini impartiti possiede una straordinaria efficacia sedativa.

Occorre anche prestare attenzione al tono con cui un ordine viene dato: chi comanda seccamente tradisce sempre nervosismo e poca sicurezza; un tono minaccioso suscita, a ragione, reazioni negative e opposizione. Meglio dare gli ordini — anzi, chiedere per favore — con tono sereno e fiducioso nell’obbedienza, riservando i veri e propri comandi alle cose molto importanti e usando per le altre richieste una forma più morbida: “Mi faresti il piacere di…?”, “Potresti, per favore…?”, “C’è qualcuno che sappia fare questo?”. In tal modo i bambini verranno stimolati a scelte libere e responsabili, e si darà loro l’occasione di agire con autonomia e inventiva, di sentirsi utili e di far contenti i genitori.

Qualche volta è necessario chiedere al figlio uno sforzo più grande del solito; converrà allora creare anzitutto un clima favorevole. Se per esempio si sa che il coniuge è particolarmente stanco o ha mal di testa, sarà bene prendere in disparte il bambino e dirgli: “La mamma (o il papà) ha un forte mal di testa, questa sera ti chiedo perciò uno sforzo particolare per fare il meno rumore possibile…”. Gli si darà magari un’occupazione e uno sguardo o una carezza, ogni tanto, ricompenseranno il suo sforzo.

Saper rimproverare e castigare. Ancor più sensato e intelligente dev’essere il dosaggio dei rimproveri e dei castighi. La politica del “lasciar fare” è tipica dei genitori deboli o complici: anche nell’educazione, la “manica larga” è dettata spesso dal timore di non essere obbediti, o dalla comodità (“Fa’ quello che vuoi, purché mi lasci in pace”).

Ma è pedanteria, se non addirittura nevrosi, un continuo e soffocante controllo dei figli, rimproverati e castigati per qualsiasi deviazione dai canoni (arbitrari) fissati dai genitori.

Gli incoraggiamenti e le ricompense non sono normalmente sufficienti per una sana educazione. Un rimprovero o un castigo, dato in modo tempestivo, proporzionato e senza ripensamenti, contribuirà a formare il criterio morale del fanciullo.

Affinché un rimprovero sia educativo dev’essere chiaro, breve e non umiliante. Bisogna quindi imparare a sgridare in modo giusto, chiaro, breve, e poi cambiare l’argomento della conversazione. Non si deve infatti esigere che il figlio riconosca immediatamente il proprio torto e pronunci il “mea culpa”, soprattutto se sono presenti altre persone. Bisognerà anche saper scegliere il luogo e il momento opportuno per sgridarlo: a volte sarà necessario aspettare che sia passata l’arrabbiatura per poter parlare con la dovuta serenità, e quindi con più efficacia. Nei rimproveri bisogna inoltre evitare di far paragoni: “Guarda tua sorella come ubbidisce, come studia…”, perché i paragoni creano solo gelosie e antipatie.

Inoltre, prima di decidersi a infliggere un castigo, conviene anzitutto accertarsi che il bambino fosse consapevole del divieto o della prescrizione. Bisogna naturalmente evitare non solo che il castigo sia sfogo della propria rabbia o malumore, ma che tale possa anche solo sembrare. Nel caso degli insuccessi scolastici, infine, bisogna saper giudicare se siano dovuti a irresponsabilità o a limiti.

Dover castigare può e deve dispiacere, ma è a volte la miglior testimonianza di amore che si rende a un figlio: nessuna paura perciò che una punizione giusta e ben data diminuisca l’amore dei figli verso i genitori.

L’uso del televisore. A questo punto è tempo di parlare di un personaggio importante della famiglia: il televisore. Un personaggio invadente, che esercita una forte suggestione e tende ad allontanare lo spettatore dalla realtà. Non mancano studi che mettono in evidenza i danni causati dal suo eccessivo protagonismo, specialmente fra i bambini.

Senza demonizzare la Tv, che in sé è un contenitore (fra l’altro, anche di informazione e di cultura), occorre tuttavia tener presente che spesso diventa “un’impiegata disonesta al nostro servizio” (John Condry), ladra di tempo e sabotatrice di educazione. C’è chi lo ha definito l’elettrodomestico che fa perdere il tempo che gli altri elettrodomestici fanno guadagnare. È bene allora che i genitori esercitino nei suoi riguardi una certa disciplina e vigilanza; anzitutto eviteranno di tenerlo in sala da pranzo o, comunque, che i brevi momenti di vita familiare dei pasti vengano sacrificati al piccolo idolo. Poiché il televisore è un elettrodomestico, non è una cosa impensabile che il suo posto sia nell’armadio accanto al frullatore e all’asciugacapelli: di lì verrà tolto solo quando ce n’è bisogno; oppure lo si potrà sistemare, chiuso, nel mobile della sala ed esporlo al momento opportuno.

Per i figli, i genitori stabiliranno un orario e qualche regola pratica per la sua utilizzazione, e se i bambini sono ancora piccoli sarà meglio che il regolamento venga fatto rispettare tenendo chiuso l’apparecchio al di fuori degli orari previsti; ai ragazzi più grandi, invece, bisogna insegnare a usare la Tv con intelligenza e libertà, perché non finiscano per arrendersi a quella passiva teledipendenza che riduce di molto la fantasia e l’agilità intellettuale.

Non è facile per i ragazzi mantenere questo dominio sull’azione caleidoscopica e ipnotica del televisore. Per aiutarli, bisogna saper coltivare in loro il senso critico e il buon gusto, parlando assieme dei programmi, giudicandoli e selezionandoli con uno scambio di idee che, anziché sostituirlo, stimoli il dialogo familiare. Questa attiva capacità critica sarà per loro motivo di soddisfazione e c’è da aspettarsi che, con il tempo, arrivino anche a spegnere il televisore per conto loro di fronte a uno spettacolo stupido, rozzo o immorale, invece di trangugiare tutto, “purché si muova”.

Educazione sessuale. Anche se oggi tanti imbarazzi del passato sono scomparsi e i bambini ricevono precoci e abbondanti informazioni sulla sessualità (televisione, riviste, scuola, amici), il ruolo dei genitori nell’educazione dei figli su un aspetto così vitale è insostituibile; conviene che siano loro a introdurre i bambini nel mistero dell’origine della vita e dell’amore umano: nessun altro infatti potrà farlo in modo più personalizzato, con quella delicatezza e affetto che l’argomento richiede. Nessuno meglio di papà e mamma saprà trovare il momento giusto per parlarne, anticipando un poco la curiosità naturale del bambino ed evitando in tal modo possibili reazioni negative, repulsioni, o la paura confusa prodotta da informazioni inadeguate, così frequenti nell’ambiente eroticizzato della nostra società. Proprio per questo è opportuno che l’educazione sessuale sia intesa non come educazione genitale, vale a dire una spiegazione più o meno tecnica sull’uso dell’apparato genitale, quanto come educazione all’amore. Non è pensabile un’educazione sessuale che non parta dalla spiegazione di che cosa sia l’amore, che cosa comporti e in quali modi si sviluppi; il tutto, con un linguaggio adeguato all’età. Con figli adolescenti, per esempio, si potranno usare i concetti espressi nel capitolo di questo libro intitolato La genesi dell’amore (pp. 13 ss.).

Il fatto poi che siano i genitori ad affrontare questo tema coi figli approfondisce il rapporto confidenziale che, soprattutto nel periodo dell’adolescenza, tende altrimenti a indebolirsi o addirittura a interrompersi bruscamente.

È l’ambiente della famiglia quello più congeniale alle informazioni sulla sessualità, troppo intime per essere lasciate a un mero livello “tecnico” e che esigono sempre anche un clima di affetto. In tal modo il bambino intuirà fin dall’inizio il valore dell’uso responsabile della sessualità, scoprendo che il contesto che ne rende bello, vero e buono l’esercizio è l’amore sponsale; e si spiegherà perché la pornografia porta con sé una grave degradazione della dignità della persona, ridotta a mero strumento di commercio o di piacere.

Il contesto dell’amore sponsale permette anche di spiegare il valore della castità, quale dominio di sé, condizione di vera libertà, allenamento alla fedeltà, capacità di donarsi. Essa non è infatti repressione o inibizione, ma superamento di ogni ricerca egoistica del piacere sessuale, affermazione della dignità umana e apertura all’amore di donazione. Karol Wojtyla ha scritto: “Si può riconoscere e sperimentare il pieno valore del corpo e del sesso solo a condizione di aver innalzato questi valori al livello del valore della persona. E questo è precisamente essenziale e caratteristico della castità. Così, solo un uomo e una donna casti sono capaci di provare vero amore” (Amore e responsabilità, p. 125).

La trasmissione dell’informazione sessuale in una chiara prospettiva etica è diventata particolarmente necessaria da quando gli adolescenti ottengono buona parte delle loro informazioni sessuali dalle riviste per i giovani, nelle quali non mancano mai rubriche dedicate ai cosiddetti “affari di cuore” in cui vengono pubblicate lettere di ragazzi e ragazze alle prese con delicate situazioni sentimentali, a volte gravemente immorali. In queste riviste si trovano spesso anche articoli dall’ipocrito tono scientifico, scritti da sedicenti “sessuologi”, che a prima vista non sembrano poi così deleteri: non ci sono foto lascive, i termini usati sono misurati, il tono è amichevole, pieno di comprensione e benevolenza. Ma proprio in questo involucro accattivante viene servita la seduzione: col tono di chi discorre di cose naturali e normali e giustificando tutto perché tutto è possibile, vengono comunicati messaggi che intaccano quel desiderio di amore puro che in un adolescente è vivo.

L’educazione sessuale dovrà inoltre essere graduale e accompagnare le fasi di sviluppo psichico e fisiologico dei figli. Non si deve logicamente pensare di spiegare subito tutto, come a una lezione; certe cose andranno dapprima solo accennate, usando parole semplici. Bisognerà saper cogliere i segnali del bambino, che a volte vuole sapere e a un certo punto vuole cambiare discorso per assimilare la dose fino alla prossima occasione. Non sarà invece mai conveniente raccontare favole di cavoli o cicogne. Qualche genitore obietterà che è così difficile trovare le parole adatte… Non dimentichiamo che il bambino non vuole parole tecniche, ma quel linguaggio semplice e affettuoso che i genitori sanno usare spontaneamente.

Ci sono poi dei genitori che dicono: “Mio figlio non chiede mai niente…”. Qualche bambino è infatti così timido che non osa chiedere o che, avendone sentito parlare in tono furbesco o osceno, rifiuta il tema come se fosse un aspetto sporco della vita a cui non si deve nemmeno pensare. In questi casi c’è stata quasi sempre ingenuità o vergogna da parte dei genitori e i bambini, che lo percepiscono, si rinchiudono ancora di più nel loro timore: la sessualità rischia così di diventare col tempo un campo segreto di curiosità morbose, accompagnate da senso di colpa. Meglio perciò toglierli dall’impaccio e, senza assumere un’aria preoccupata né imbarazzata, domandar loro, per esempio: “Non ti sei mai chiesto come nascono i bambini?”.

Visti i tempi che corrono sarà anche prudente incoraggiare i bambini a raccontare con naturalezza ai genitori se qualcuno ha tentato di adescarli o ha mancato loro di rispetto: i dati di molte inchieste dimostrano infatti che quasi la metà dei bambini è stata vittima di almeno qualche tentativo di abuso sessuale, all’insaputa dei genitori. Se a un bambino capitasse una di queste squallide esperienze, avrebbe invece più che mai bisogno di genitori sensibili, pieni di tatto e di naturalezza, che senza interrogatori traumatici lo rassicurino, gli ispirino nuova serenità e fiducia in sé e negli altri.

Chi ama le formule mnemoniche può attenersi a questa “regola delle cinque A”.

Il modo di affrontare l’educazione sessuale dei figli dovrebbe essere:

anticipato rispetto alla naturale curiosità del bambino;

adeguato alla sua maturità;

autentico nel contenuto (niente cicogne o favole del genere);

ambientato nel clima naturale della famiglia;

attento al piano di Dio sul matrimonio, affinché i figli scoprano che l’unico contesto che rende vera, buona e bella la sessualità è l’amore sponsale.

Educazione religiosa. Anche riguardo all’educazione religiosa i genitori sono i primi e i principali responsabili, come già s’è detto a proposito della famiglia quale “Chiesa a domicilio” e in tema di formazione della coscienza.

Il primo passo che i genitori sono chiamati a compiere è quello di portare al più presto il figlio a ricevere il battesimo: in caso contrario lo priverebbero — per un tempo più o meno lungo — della grazia inestimabile di diventare figlio di Dio in Gesù Cristo. E affinché la grazia battesimale possa poi svilupparsi è necessario l’aiuto dei genitori: la coscienza dei bambini ha bisogno di essere guidata ad ascoltare Gesù, a conoscerlo dapprima, ad amarlo e seguirlo poi.

I genitori cercheranno perciò di infondere nei figli lo spirito di riconoscenza mostrando l’esempio di Gesù che si rivolge al Padre celeste dicendo: “Ti ringrazio, Padre”. Si sforzeranno anche di infondere loro lo spirito di misericordia, ricordando Gesù che dice: “Padre, perdona loro”; lo spirito di amicizia (“Vi ho chiamato amici”); di servizio (“Non sono venuto per essere servito, ma per servire”); di donazione (“Amatevi come io vi ho amato”); di preghiera filiale (“Quando pregate dite: Padre nostro”); di fiducia e ottimismo (“Non abbiate paura”).

E come trasmettere l’educazione religiosa? Vale la pena ricordare che si educa meglio con un esempio che con una predica: il primo “catechismo” che i bambini imparano è infatti l’esempio dei loro genitori. Se lo spirito cristiano impregna la vita familiare, i figli lo acquisteranno come per osmosi; impareranno a percepire il senso del sacro che si manifesta nel rispetto delle cose sante, scopriranno che le verità soprannaturali si inseriscono nella vita quotidiana dandole bellezza e valore, prenderanno coscienza della presenza di Dio, della sua vicinanza e dell’importanza del raccogliersi in preghiera. Impareranno ad amare Gesù come il grande Amico divino, la Madonna che è anche madre nostra nell’ordine della grazia, la Chiesa tramite la quale Dio continua a venirci incontro, offrendoci la sua Parola, le sue cure, il suo perdono e il suo Amore, soprattutto nei sacramenti. Giungeranno così ad amare, in particolare, la santa Messa, considerandola un incontro con quel Gesù che ha dato la sua vita per ognuno di noi e che continua ad aprire le sue braccia sulla Croce per poterci abbracciare, perdonare e comunicare il suo Amore. Si sentiranno perciò chiamati a partecipare alla celebrazione eucaristica per rispondere al suo Amore, per ringraziarlo, per chiedergli perdono, per implorarne l’aiuto, per lodarlo e adorarlo.

Converrà insegnare ai bambini, appena sono in grado di comprenderle, le principali preghiere, spiegando loro il significato di ogni frase e aiutandoli a recitarle bene: col raccoglimento della mente e del cuore. E man mano che crescono, sarà bene incoraggiarli a non limitarsi alla recita delle preghiere, ma a sapersi anche rivolgere a Dio con le proprie parole e ad ascoltarne la voce nella preghiera silenziosa, nel segreto del proprio cuore. Conviene anche insegnare ai bambini a dirigersi con grande fiducia alla Madonna e al proprio Angelo custode; bisognerà parlare del paradiso, del purgatorio, ma anche del demonio e dell’inferno, dando di questo una comprensione che non lasci dubbi al bambino sulla bontà e misericordia di Dio, facendo quindi attenzione a non servirsi del Signore come di uno spauracchio, dicendo per esempio: “Vedi, hai disobbedito e ora Dio ti ha castigato”.

Un avvenimento importante nella vita del bambino, oltre alla prima comunione e alla cresima, è anche la prima confessione: converrà sottolineare la bellezza di quell’incontro con Gesù misericordioso che ci perdona, ci purifica con il suo sangue e ci rinforza con la sua grazia; con discrezione, la mamma potrà aiutare il bambino a fare il suo esame di coscienza.

3. Esigenze dell’educazione secondo l’età

Si possono sinteticamente distinguere tre fasi nello sviluppo infantile; vediamole.

a. I primi anni del bambino

L’educazione del bambino incomincia fin dalla nascita e, secondo studi più recenti, egli percepisce già nel ventre materno gli stati d’animo della mamma, e ne viene influenzato. Più presto di quanto si potrebbe pensare il bambino si rende conto di tante cose, soprattutto dell’affetto con cui viene accolto: i primi mesi e i primi anni di vita sono perciò decisivi nello sviluppo del carattere e della personalità.

Nella prima fase della vita, il bambino ha un bisogno vivissimo di agire, di provare, di esplorare, di comunicare; è un bisogno vitale, che lo porta all’espansione delle sue funzioni e alla conquista della sua pienezza umana. Ciò richiede da parte dei genitori non poca pazienza. Certamente per la mamma è più sbrigativo imboccarlo, lavarlo, vestirlo…: si guadagna tempo e si evitano i vari inconvenienti che sorgono dall’inettitudine del bambino a fare da sé, con lo svantaggio, però, che, invece di svilupparne lo spirito di iniziativa e l’autonomia, ne frustriamo la stima di sé e ne favoriamo la pigrizia, e il bisogno di misurare le proprie capacità prenderà la direzione dell’opposizione negativa. Ponendo troppi limiti all’esercizio delle operazioni pratiche, di cui il bambino ha bisogno per sviluppare le sue facoltà, provochiamo in lui irritazione, aggressività, oppure insicurezza, abulia, a volte anche il rifiuto di crescere. Insomma, gli educatori devono sapersi fare anche un po’ da parte per suscitare nel bambino il gusto e la gioia di sentirsi attivo e utile.

Non bisogna avere troppa paura se il bambino piange un po’, non è necessario prenderlo subito in braccio e coccolarlo. Il pianto è parte del suo linguaggio, e va interpretato di volta in volta. Può trattarsi di disagio, di fame, di malessere, ma anche di impazienza, di malinconia, di rabbia o di capriccio.

È compito dei genitori aiutare il bambino a uscire a poco a poco dal suo naturale egocentrismo. A volte dovranno sopportarne le insistenti richieste e ritardare l’appagamento di un suo appetito, altrimenti lo si prepara a una cronica insoddisfazione.

Il rapporto mamma-bambino è nei primi anni un idillio di tenerezza, del quale ogni bambino ha un bisogno primario, anche per la sua salute fisica; ma via via che il bambino cresce è bene che il rapporto evolva. A volte però è la mamma a essere insaziabile di vezzi, baci e carezze (non di rado come risarcimento per un affetto coniugale indebolito): in genere sono poi questi i bambini che non si sentono amati abbastanza, che non sanno staccarsi dalla mamma, ma che percepiscono anche di esserle indispensabili e la tiranneggiano.

Fino ai due anni e mezzo l’obbedienza sarà per il bambino naturale. Senza esagerare, bisognerà coltivare in lui dei buoni automatismi e delle felici associazioni, che faciliteranno poi la formazione di un carattere sano.

b. I primi anni di scuola

L’ingresso all’asilo o alla scuola può costituire, in alcuni casi, un momento delicato nella vita del bambino: un momento talvolta sofferto in modo un po’ traumatico, che può avere conseguenze negative sul futuro rendimento scolastico. Se i genitori vivono con manifesta soddisfazione il fatto che il loro figlio inizi la scuola, quasi si trattasse dell’inizio di una gran carriera, non di rado il bambino l’avvertirà come l’uscita dal suo incontrastato regno infantile: potrà seguirne un rifiuto, esplicito o inconscio, che a volte si manifesta in un apparente ritardo o in un’incapacità nell’apprendimento.

Sarà comunque consigliabile parlare ai bambini della scuola, prima che comincino, ma senza farne un evento di vitale importanza, ma piuttosto lasciandola loro desiderare come una fonte di soddisfazioni e di interessi nuovi.

Certo sarebbe un errore usare la scuola come monito correttivo, dicendo per esempio: “Ti voglio vedere quando andrai a scuola. Allora sì che ti faranno rigar dritto!”.

Sarà bene far conoscenza della scuola assieme ai figli, vivendo le loro emozioni. Importante è anche, nel limite delle possibilità familiari, la scelta della scuola: i genitori devono cercare una scuola in cui vi sia un clima il più possibile cristiano, propizio allo sviluppo umano e spirituale, senza però dimenticare che anche una scuola di orientamento cristiano non potrà mai esonerarli dalla loro funzione educativa.

Per conoscere bene un bambino bisogna parlare con lui; non sarà assolutamente tempo perso se la mamma — o il papà — si intratterranno di tanto in tanto la sera a conversare con il proprio figlio già coricato: spesso è questo il momento che favorisce la confidenza. Bisogna saper ascoltare le sue domande, magari inattese, senza nervosismi e senza diventare evasivi o sbrigativi, cercando di rispondere con garbo e pertinenza, approfittando dell’occasione per trasmettere dei valori e per rafforzare quel legame affettivo che li incoraggi poi a rivolgersi ai genitori con fiducia quando arriveranno difficoltà e problemi maggiori.

c. L’adolescenza

Il giorno in cui il bambino più affettuoso, simpatico, buono e giudizioso diventa scontroso, ribelle, insolente, contraddittorio e insopportabile, non bisogna né spaventarsi, né chiedergli perché fa così, né odiarlo, né portarlo dal medico. Bisogna semplicemente rendersi conto che è iniziata la pubertà, quell’età critica soprattutto per i genitori. Un po’ anche per il ragazzo, o la ragazza, intendiamoci; per loro però è anche piena di fascino, oltre che di disagio; di aspettative, oltreché di insicurezze; di sogni, oltreché di timori. Soprattutto non bisogna dimenticare che tutti i ragazzi e le ragazze hanno il diritto di arrivarci, come ci è arrivato ognuno di noi.

La trasformazione che si compie in quegli anni è, come ogni momento dello sviluppo, fisiologica e spirituale insieme. Si può dire che in quell’età ci si accorge di essere una persona, si scopre e si esplora la propria intimità con quel tanto di fascino e quel tanto di timore che c’è nell’addentrarsi in un territorio nuovo, e molto di più, perché quel territorio è la propria personalità: di qui nasce l’estrema attenzione dell’adolescente a sé stesso, che può apparire egoismo e narcisismo.

L’adolescenza comincia verso gli undici, dodici anni per le femmine e uno o due anni più tardi per i maschi, e dura circa due o tre anni. A questa età l’equilibrio sereno raggiunto verso i dieci anni sembra scomporsi ed entrare in “una zona di turbolenze” (come si direbbe in linguaggio aeronautico). Quel figlio non è più un bambino, ma in certi aspetti lo è ancora (lui non vorrebbe più esserlo, ma suo malgrado ne sente a volte la nostalgia); non è però nemmeno ancora un adulto (anche se vorrebbe già esserlo, e allo stesso tempo ne ha quasi paura).

È una crisi di emancipazione. L’adolescente, infatti, non vuol essere più quel bambino che i suoi finora hanno conosciuto, ma neanche essere un adulto secondo i modelli che ha davanti; non vuol essere come lo si vorrebbe far diventare e nemmeno come lui teme di essere. Per questo cerca soprattutto di “non essere”. E riecheggiano i celebri versi montaliani: “E questo solo oggi possiamo dirti, quel che non siamo, quel che non vogliamo”.

Lo spirito di contraddizione è in fondo, per l’adolescente, il solo modo provvisorio di essere qualcosa di completamente nuovo e che ancora non sa bene: ciò lo porta a irritarsi alla minima osservazione; non sopporta che gli si dia un consiglio, che gli si chiedano notizie sulla scuola, che si esprima un giudizio sul suo comportamento, perché in tutto sente la minaccia di venir definito, e lui vorrebbe essere indefinibile. Sono tipiche di quest’età di frontiera la sua instabilità di umore, la sua irritabilità. Le manifestazioni esterne di affetto sembrano ora infastidirlo, ma allo stesso tempo è molto suscettibile per ogni mancanza di attenzione, o apparente indifferenza, nei suoi riguardi. Si difende dalla propria sensibilità e dal bisogno di tenerezza ostentando durezza e cinismo. Non è più l’età delle grandi amicizie, ma è l’età del gruppo: sembra che solo lì, tra i suoi simili che recitano tutti la stessa parte con tacita complicità, si senta al riparo.

Una volta che si sia consapevoli di tutto questo, come ci si deve comportare con un adolescente, per vivergli insieme? Anzitutto con più maturità di lui. Quando il ragazzo o la ragazza cambia, i genitori non possono restare indietro: devono cambiare anche loro. Se l’adolescente non vuole più uscire con loro, se comincia a mostrarsi chiuso e infastidito, bisogna che la loro presenza diventi più discreta, soprattutto non rimproverandogli di non essere più così carino e affettuoso come lo era da piccolo. Bisognerà avere attenzione e attenzioni per lui, ma senza dargli l’impressione che lo si sorvegli e che si mendichi il suo affetto: è normale che non vada a confidarsi dai genitori, né serve a niente dirgli, affinché si confidi, che la mamma, il papà sono i suoi migliori amici; bisognerà cercare le occasioni di dialogo e di confidenze, senza però che vi si senta forzato. Il giusto desiderio di autonomia che cresce nell’adolescente va apprezzato e favorito, senza paura, ma anche senza confondere autonomia con assenza di vincoli.

Per l’adolescente è importante sentire che si ha fiducia in lui, che lo si stima; i genitori devono evitare di presupporre nei suoi modi di fare un’intenzione malevola, che in realtà non c’è (come a dire: “Lo fai solo per dispetto”). Un altro atteggiamento da evitare è la pretesa di eliminare le cause della sua insicurezza o delle sue preoccupazioni risolvendogli tutti i problemi: spesso un aiuto non necessario significa infatti una limitazione e un’umiliazione per chi lo riceve: si finirebbe con l’aumentare ancor più il suo senso di insufficienza, invece di permettergli di imparare con l’esperienza personale. Quando si ritiene opportuno dargli un aiuto, sarà bene che l’adolescente si senta corresponsabile e che cerchi la soluzione insieme ai genitori.

4. Suggerimenti in pillole

  1. Trovare il tempo per giocare o conversare con i bambini, per interessarsi alle loro cose, anche se, a volte, ciò significa rinunciare alla propria tranquillità o sacrificare un po’ del tempo che si potrebbe dedicare al lavoro o a un hobby.
  2. Vivere in prima persona, con coerenza, quanto si esige dai figli, ricordando che l’esempio è il miglior predicatore. Così, nella moderazione dell’uso della Tv, nel non parlar male del prossimo, nella sincerità, nell’ordine, nella puntualità…
  3. Favorire il prestigio dell’altro coniuge aiutando i figli a scoprirne le virtù ed evitare di contraddire o rimproverare il coniuge alla loro presenza. Se vi hanno visto litigare, che vi vedano anche riconciliarvi.
  4. Se il figlio ricade in qualche difetto, aiutarlo con parole di incoraggiamento e non rinfacciargli la sua debolezza.
  5. Non cedere ai capricci dei bambini, ma aspettare serenamente che passino le bizze.
  6. Favorire lo spirito di iniziativa del bambino e lasciarlo fare da sé, anche se causa qualche disturbo in più.
  7. Quando è necessario, anche se non è facile, bisogna saper dire “no”, ma spiegando i “no”, senza inflazionarli moltiplicandoli inutilmente.
  8. Esercitare l’autorità, che non è autoritarismo. Quest’ultimo è voglia di potere, l’autorità invece è servizio, e si fonda su una stima giusta e meritata.
  9. Esigere l’obbedienza, cercando però di dare gli ordini con il tono il più possibile amabile e simpatico.
  10. A volte si deve anche castigare, ma con moderazione, senza perdere la serenità e senza lasciarsi prendere dal nervosismo o dalla collera.
  11. Quando si deve sgridare un figlio, bisogna farlo in modo chiaro, giusto, breve e cambiando poi l’argomento della conversazione, senza esigere che riconosca immedia­tamente la sua colpa.
  12. I castighi non devono mai essere — e nemmeno sembrare — uno sfogo della propria rabbia o malumore. Per questo è bene meditarli un po’, prima di impartirli.
  13. Concedere ai figli un po’ di fiducia, anche se non è escluso che qualche volta si sarà “ingannati”.
  14. Per farsi obbedire, puntare più sull’affetto che su castighi e ricompense: “Se fai la tal cosa, mi dai un grande dispiacere”. Si insegna così ai figli la bellezza di fare, o non fare, qualcosa liberamente, per amore.
  15. Coinvolgere i figli, con giusto equilibrio, nelle decisioni familiari, stimolandoli a dare suggerimenti per il bene della famiglia.
  16. Non limitarsi a correggere o consigliare i figli, ma ascoltarli con pazienza, affetto e interesse per riuscire così a capire il perché delle loro difficoltà, delusioni, tristezze, sbagli, vizi, ecc.
  17. Non rispondere mai alle loro mille domande con uno stanco “non lo so”. I bambini moltiplicano le domande proprio quando avvertono questo disinteresse.
  18. Non rifiutare in toto e a priori nemmeno quelle proposte dei figli che sembrano più insensate, ma sforzarsi di scoprire e valorizzare quanto c’è di buono nelle loro idee.
  19. Quando non si sa bene quali ragioni dare per un rifiuto a una loro richiesta, avere l’umiltà di dire, per esempio: “Lasciami pensare”.
  20. Distribuire incarichi opportuni ai figli.
  21. Elogiare o biasimare non come sono, ma quello che fanno. Si eviterà così di alimentare la superbia o lo scoraggiamento. Non dire, per esempio, “Sei sciocco”, ma “Hai fatto una sciocchezza”.
  22. Al momento di proporre traguardi impegnativi saper essere incoraggianti e scherzosi (non ironici!).
  23. Accordare un tempo ragionevole per ogni miglioramento.
  24. Mantenere le promesse fatte.
  25. Usare gli schiaffi il meno possibile. Sarebbe bello se vostro figlio potesse contare gli schiaffi ricevuti da bambino.
  26. Limitare le proibizioni alle cose veramente importanti.
  27. Evitare il più possibile i premi materiali per non coltivare una morale utilitaristica che aspetta un premio per ogni azione positiva. Conviene invece che i figli percepiscano la gioia dei genitori quando fanno qualcosa di buono.
  28. Insegnare ai figli il valore di certe rinunce e renderli critici di fronte alla pubblicità consumistica che esalta l’appagamento immediato di desideri e di bisogni indotti.
  29. Iniziare i figli al mistero dell’origine della vita e dell’amore tra uomo e donna seguendo quella che abbiamo chiamato la regola delle cinque “A”.
  30. Chiedere aiuto a Dio e affidarsi all’intercessione della Madonna e degli Angeli custodi per poter essere buoni educatori.

Come promemoria, aggiungiamo dieci frasi da non dire:

  1. “A me non la fai!”.
  2. “Questo non dirlo al papà (o alla mamma)”.
  3. “Sei un buono a nulla, un egoista, un bugiardo…”.
  4. “Hai voluto fare di testa tua, adesso arrangiati!”.
  5. “Dimmi la verità, altrimenti…”.
  6. “Dove sei stato? Che hai fatto? Chi c’era?…”.
  7. “Fa’ quel che vuoi, basta che mi lasci in pace”.
  8. “Guarda tua sorella com’è brava, come studia, come aiuta…”.
  9. “L’ha portato la cicogna”, oppure: “Sono cose che non ti riguardano”.
  10. “Guarda che Dio ti castiga”.

IX. La celebrazione del matrimonio

1. Sposarsi in chiesa: mera usanza o scelta di fede?

Un tempo, raramente chi si sposava non lo faceva “in chiesa”; oggi la situazione è cambiata: tante persone si sono allontanate dalla Chiesa, la criticano e, coinvolte dall’indifferentismo religioso, pensano di non averne bisogno; non ci si può quindi meravigliare se i matrimoni semplicemente civili sono in aumento. “Sposarsi in chiesa” non è dunque più un fatto ovvio, ma questo può avere anche un risvolto positivo: quello di provocare una riflessione, di obbligare a una scelta consapevole, anche se ci sarà sempre chi sceglierà di sposarsi in chiesa per mera usanza familiare, o forse anche perché la chiesa offre alla cerimonia una cornice più solenne o romantica rispetto all’ufficio comunale…

La decisione di sposarsi in chiesa dovrebbe però essere una scelta di fede. Spesso sarà addirittura la prima scelta di fede compiuta con piena consapevolezza e pubblicamente: il battesimo, la prima comunione, la cresima sono sacramenti che si ricevono più o meno grazie all’iniziativa dei genitori; ora le cose sono diverse: sono gli sposi i responsabili, quelli che scelgono, che imprimono un carattere e una direzione alla loro vita. Quando diciamo “sposarsi in chiesa” non stiamo evidentemente pensando alla materialità dell’edificio, ma alla celebrazione ecclesiale e sacramentale di un evento che oltrepassa il carattere privato della coppia, coinvolgendo Dio e il servizio alla comunità. Il matrimonio cristiano possiede infatti il carattere di segno dell’alleanza di Cristo con la sua Chiesa, segno e testimonianza che gli sposi sono chiamati a rendere di fronte a tutta la comunità dei fedeli. Sarebbe perciò più esatto dire “sposarsi nella Chiesa”, e scriverla con la “C” maiuscola per distinguere la Chiesa quale realtà umana e divina dalla chiesa-edificio di culto. Sposarsi nella Chiesa significa sposarsi “in quanto cristiani”: significa riconoscere che la Chiesa è parte essenziale della nostra vita. Per la Chiesa e nella Chiesa il matrimonio ha un valore di grande rilievo nel disegno salvifico di Dio, e per gli sposi costituisce un dono, una missione e un’autentica vocazione, come già abbiamo detto. Per un cristiano sposarsi non è solo celebrare l’amore umano, ma anche celebrare l’amore umano in Cristo e l’amore di Cristo nell’amore umano. È partecipare dell’amore fedele, perpetuo e fecondo di Dio che si è manifestato in Cristo.

2. Il senso della celebrazione liturgica

La celebrazione liturgica del matrimonio ne mostra il significato cristiano ed è occasione per ravvivare la propria fede, approfondendo al contempo l’amore coniugale.

Ecco perché la celebrazione si svolge nel seno della santa Messa: in questa viene infatti reso presente e operante il sacrificio di Cristo, che è donazione feconda di comunione e di alleanza degli uomini con Dio e fra di loro. I coniugi entrano così in questa corrente di amore e donazione reciproca. Il matrimonio cristiano ha realmente ricchezza e profondità tali che san Paolo ne parla come di un “mistero grande” (Ef 5,32), poiché è immagine dei rapporti tra Cristo e la sua Chiesa. Al tempo stesso i coniugi sono consapevoli della fragilità del loro amore e del pericolo sempre incombente dell’egoismo e dell’orgoglio: si rivolgono perciò a Dio pregandolo di dare solidità, pienezza e fecondità alla loro unione, affinché possa divenire come l’anticipo delle “nozze eterne” di Cristo con la Chiesa celeste.

La celebrazione liturgica porterà gli auspicati frutti spirituali se gli sposi la preparano con cura; oltre alla preparazione delle letture, delle preghiere, dei canti e dei diversi gesti che dovranno compiere in quanto ministri del sacramento del matrimonio, conviene che essi partecipino al sacrificio eucaristico ricevendo il Corpo e il Sangue del Signore, dopo aver ottenuto nel sacramento della Penitenza la riconciliazione con Dio e con i fratelli.

Nella celebrazione eucaristica gli sposi:

– ringraziano Dio, dal quale procede ogni amore e dunque anche quello che li legherà reciprocamente;

– ascoltano la Parola di Dio su di loro, sul disegno divino riguardo al matrimonio;

– offrono il loro amore e fedeltà a Dio; con l’offerta del pane e del vino gli sposi porgono il reciproco dono di sé;

– invocano il dono dello Spirito di Cristo, dello Spirito che è Amore e Dono, perché li faccia capaci di vivere pienamente la loro vocazione;

– ricevono il Corpo e il Sangue di Cristo; mediante la comunione con il Signore gli sposi partecipano della sua alleanza con la Chiesa, che è modello della loro alleanza matrimoniale.

Nel caso in cui la fede di uno dei due futuri sposi, o dei parenti di uno di loro, non permetta una consapevole e fruttuosa partecipazione eucaristica, la Chiesa ha previsto che la celebrazione del sacramento del matrimonio — sempre che entrambi siano battezzati — possa svolgersi fuori dalla santa Messa.

3. I momenti della celebrazione

Il rito del matrimonio prevede diverse varianti e lascia spazio all’iniziativa della coppia, affinché, con l’aiuto del sacerdote, possa configurarlo in modo adeguato a rendere maggiormente significativi i suoi diversi momenti. Non si tratta, beninteso, di lasciarsi prendere dal desiderio di novità o di cadere nel folclore, ma di dare alla celebrazione quel tono di familiarità e al contempo di solennità che le si addice.

Ecco i momenti più caratteristici della celebrazione liturgica:

L’accoglienza. Normalmente il sacerdote accoglie i futuri sposi alla porta della Chiesa, ma può anche attenderli all’altare; in ogni caso, è il momento in cui li saluta, insieme con i loro genitori e i testimoni, cercando di dare, fin dall’inizio, il giusto tono — caldo e semplice — alla cerimonia, evitando la freddezza e il formalismo. Gli sposi stessi possono rivolgersi brevemente ai presenti per esprimere quanto siano graditi il loro affetto, la loro partecipazione e le loro preghiere. Poi insieme si fa l’ingresso in un ambiente di festa accompagnati, se possibile, da musica e canto.

Il dialogo che precede il consenso. Dopo l’omelia inizia propriamente il rito del sacramento del matrimonio, che si apre con un dialogo tra il sacerdote e gli sposi. Costoro manifestano, davanti alla Chiesa, la loro libera e consapevole volontà di sposarsi, la loro decisione di amarsi e onorarsi come coniugi per tutta la vita, la volontà di accogliere responsabilmente e con amore i figli quale dono di Dio e di educarli cristianamente. Poi il sacerdote li invita a esprimere davanti a Dio e alla Chiesa il loro reciproco consenso, che è propriamente l’atto costitutivo del matrimonio.

Il consenso degli sposi. Il sacerdote li invita a darsi la mano. È un gesto antichissimo (cfr Tb 7,13), che significa l’alleanza che stanno per concludere, ossia il prendersi e darsi reciprocamente, la volontà di convivere e di aiutarsi a vicenda “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. La fede ci mostra inoltre un significato più profondo di questo gesto, ricordando quello che compì Gesù quando, nell’ultima cena, prese nelle sue mani il pane e il calice del vino e, dandoli ai suoi discepoli, donò loro tutto sé stesso. In questo senso anche gli sposi prendono nelle loro mani qualcosa di immensamente prezioso — il corpo e la vita del coniuge — come un dono che chiede di essere contraccambiato. Appena gli sposi hanno manifestato il reciproco consenso, il sacerdote e tutti i fedeli presenti augurano agli sposi che Dio “li ricolmi di ogni benedizione” e niente possa “separare ciò che Dio ha unito”. È il momento più opportuno perché i novelli sposi si scambino un gesto d’affetto, un abbraccio o un bacio

Lo scambio degli anelli. Il sacerdote li benedice pregando affinché gli sposi che li porteranno “custodiscano integra la loro fedeltà”. Ciascuno degli sposi infila al dito dell’altro l’anello come “segno del suo amore e della sua fedeltà” sigillata “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. L’anello, quale emblema regale, significa la corona e la fedeltà dell’altro che si fa suo suddito e gli promette di servirlo e amarlo. Perciò san Paolo esorta gli sposi: “Siate sottomessi gli uni agli altri… Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore… E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei” (Ef 2,22-33). L’anello al dito sarà poi per tutta la vita un “memoriale” che non solo ricorda il giorno del matrimonio, ma indica che chi lo porta sta vivendo ciò che in quel giorno è stato solennemente promesso, e chi lo vede sa che quella persona appartiene già a un’altra.

4. Il rito del matrimonio

Dopo l’omelia il sacerdote accoglie i due fidanzati con le seguenti parole:

“Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre perché il vostro matrimonio riceva il suo sigillo e la sua consacrazione davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità.

“Voi siete già consacrati mediante il battesimo: ora Cristo vi benedice e vi rafforza con il sacramento nuziale, perché vi amiate l’un l’altro con amore coniugale fedele e inesauribile e assumiate responsabilmente i doveri e i compiti del matrimonio. Pertanto vi chiedo di esprimere davanti alla Chiesa le vostre intenzioni”.

A ogni singola domanda ciascuno dei due dà la propria personale risposta.

“Siete venuti a contrarre matrimonio in piena libertà, senza alcuna costrizione, pienamente consapevoli del significato della vostra decisione?”.

“Siete disposti, nella nuova vita del matrimonio, ad amarvi e onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?”.

“Siete disposti ad accogliere responsabilmente e con amore i figli che Dio vorrà donarvi ed educarli secondo la legge di Cristo e della Chiesa?”.

Il Sacerdote, ricevute le dichiarazioni di retta intenzione nel contrarre il matrimonio, invita i fidanzati a esprimere il loro consenso.

“Se dunque è vostra intenzione di unirvi in matrimonio, datevi la mano destra ed esprimete davanti a Dio e alla sua Chiesa il vostro consenso”.

Gli sposi si danno la mano destra e uno alla volta, prima lo sposo poi la sposa, dicono a voce alta:

“Io prendo te, come mia sposa e prometto di esserti fedele per sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Il sacerdote dice allora:

“Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il vostro consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e si degni di colmarvi della sua benedizione. Non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce”.

Tutti rispondono:

“Amen”.

Poi il sacerdote benedice gli anelli che gli sposi si consegneranno reciprocamente:

“Il Signore benedica questi anelli che vi donate scambievolmente in segno di amore e fedeltà”.

Lo sposo mette l’anello al dito anulare della sposa dicendo le seguenti parole, e così farà la sposa con lo sposo:

“N. ricevi questo anello segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

La Messa continua poi con la “preghiera dei fedeli”, l’offertorio, ecc. Alla fine il celebrante pronuncerà la solenne benedizione nuziale sulla sposa e sullo sposo.

Invece della formula “Io prendo te…” si può anche usare la formula secondo la quale il sacerdote chiede allo sposo prima e alla sposa poi: “N. vuoi prendere N. come tuo sposo [tua sposa] e gli [le] prometti di essergli [esserle] fedele…?”. A cui rispondono, prima lui, poi lei, “Sì”. Questa formula è talora preferita perché l’emozione del momento può rendere difficile agli sposi pronunciare la frase della prima formula.